L’espressione «repubblica delle lettere» è attestata per la prima volta in una missiva che l’umanista veneziano Francesco Barbaro (1390-1459) inviò il 6 luglio del 1417 all’altro e più noto umanista Poggio Bracciolini (1380-1454) (veramente Barbaro scriveva «Respublica litteraria», in latino, ma il significato dell’espressione non cambia in modo rilevante nelle diverse lingue: «Republic of Letters», «République des Lettres» e così via). Bracciolini aveva partecipato come segretario apostolico al concilio di Costanza (1414-1418) e aveva approfittato dell’occasione per compiere importanti ricerche filologiche. Barbaro, scrivendogli, si congratulava e lo ringraziava per ciò che aveva portato alla repubblica delle lettere.

L’espressione si diffuse e prese a significare la comunità dei dotti – o, più genericamente, i letterati, o il sapere – e restò in uso, con modificazioni legate al divenire della cultura europea, fino al Settecento. Osservandone la storia, Hans Bots e Françoise Waquet descrivono la repubblica delle lettere, nei suoi tratti salienti, come lo stato,in senso metaforico,che raccoglie i letterati in quanto cercatori del bene comune e portatori di comuni interessi intellettuali, che ambisce a universalità rispetto alle divisioni politiche, ideologiche o religiose e che si distingue per la libertà che vige entro i suoi confini (La Repubblica delle lettere, 1997). Questa libertà si configura innanzitutto come libertà di discussione, anche polemica: Pierre Bayle, nel suoDizionario storico-critico, alla voce «Catius» (compresa nell’edizione del 1720), scrive: «Questa repubblica è uno stato sommamente libero. Le sole autorità riconosciute sono quelle della verità e della ragione e, sotto i loro auspici, si muove apertamente guerra a chiunque».

All’inizio del Novecento, «repubblica delle lettere» sembra un’espressione impropria, storicamente, ma alcuni tratti dell’idea ricorrono con evidenza nella discussione che i letterati europei impegnano prima, durante e dopo la Grande Guerra. Nella sua Lettera a coloro che mi accusano, del 17 novembre 1914, Romain Rolland scrive: «Se, come dice la saggezza delle nazioni, la guerra si prepara in pace, bisognerà anche che in guerra si prepari la pace. Mi pare un compito tutt’altro che indegno per quelli tra di noi che si trovano fuori del combattimento e che, per la vita dello spirito, hanno legami più estesi con l’universo, – questa piccola chiesa laica che, meglio dell’altra oggi, conserva la sua fede nell’unità del pensiero umano e crede che tutti gli uomini siano figli dello stesso Padre».E in Al di sopra della mischia, due giorni prima, Rolland aveva ammonito così gli intellettuali europei: «noi abbiamo due città: la nostra patria terrena, la città di Dio.Dell’una, siamo gli ospiti; dell’altra, i costruttori». La discussione che deriva dagli scritti di Rolland, come in generale il dibattito degli intellettuali sulla guerra, si svolge attraverso e oltre i confini nazionali, senza che gli schieramenti ricalchino necessariamente quelli del conflitto in corso, assume spesso carattere polemico e tuttavia procede entro forme – il saggio, il pamphlet, la lettera aperta – e guardando a orizzonti – quelli della cultura europea – che gli intellettuali condividono per lunga tradizione.

Dopo la guerra, il progetto della Società delle Nazioni è anche l’occasione per dare dimensione istituzionale all’idea di una repubblica delle lettere, con la costituzione,proprio in seno alla Società delle Nazioni, di una Commissione internazionale per la cooperazione intellettuale (1922). A questa iniziativa contribuiscono intellettuali di varia provenienza (sebbene la parte della Francia sia preponderante), nel contesto di un diffuso sostegno al progetto della Società delle Nazioni. Nel 1918, nella prefazione a una raccolta di saggi intitolata Dopo quattro anni. Previsioni di una pace mondiale, Herbert G. Wells afferma: «Noi scrittori ci troviamo tutti forzatamente impegnati in una parte o nell’altra della propaganda mondiale della più creativa e fertile delle idee politiche che abbiano albergato nella coscienza dell’umanità. […]L’idea della Lega delle Nazioni è un’idea così grande che può sottomettere le pretensioni ed esigere l’obbedienza di monarchi; con tanto maggiore forza vuole che lo scrittore giornalista vi si sottometta».

Nei giudizi degli storici, il successo della Società delle Nazioni è quanto meno controverso, ma quello della Commissione internazionale per la cooperazione intellettuale sembra ancora più incerto. In effetti, ci si può chiedere se l’idea stessa che animava il progetto non fosse in contraddizione con una tendenza ormai essenziale, almeno dal secondo Ottocento, della sfera intellettuale: la tendenza cioè a rivendicare l’autonomia delle proprie attività e delle proprie funzioni rispetto alla sfera politica ed economica. Non sorprende quindi che maggiore durata e maggiore risonanza abbia avuto un progetto come quello del PEN International, nato nel 1921 per iniziativa della poetessa inglese CatharineAmy Dawson Scott, con John Galsworthy come primo presidente e con scrittori di ogni nazionalità fra i propri membri (lo stesso Wells ne fu presidente e nel 1933 promosse l’espulsione del Club tedesco, che non aveva difeso Thomas Mann e altri scrittori esiliati dal nazismo. E Mann, lungo la traversata dell’Atlantico, sul piroscafo, leggerà Don Chisciotte: non c’è esilio dalla repubblica delle lettere).Gli intellettuali ormai sembrano perseguire il proprio ufficio di avvocati dell’umanità fuori o contro le istituzioni politiche, più spesso che al loro interno, e nel 1939, quando il PEN Centre di Londra diffonde uno Statement arising out of the present situatione incoraggia gli scrittori di tutte le nazioni a vigilare contro l’odio e il nazionalismo, all’invito fa seguire l’avviso che i governi e le istituzioni, con l’avvento e il procedere della guerra, cercheranno di imporre vincoli alla libertà di espressione e alla ricerca della verità per cui gli scrittori devono lottare.

Nel 1927, in una serie di lectures sul romanzo tenute a Cambridge,Edward Morgan Forster aveva osservato che «forse la natura umana cambia perché la gente riesce a vedere se stessa in modo nuovo. Ci sono in giro alcune persone, pochissime, ma c’è tra loro anche qualche romanziere, le quali si sforzano di fare ciò. Ogni istituto e ogni pratica coalizione di interessi sono contrari a simili indagini: la religione organizzata, lo Stato, la famiglia sotto il suo profilo economico, non hanno nulla da guadagnare, e soltanto quando i divieti esterni si allentano queste indagini possono proseguire».Sempre più spesso gli scrittori difendono la causa dell’umanità e la coltivano non entro, ma contro le istituzioni. Nella repubblica delle lettere, i confini non sono quelli degli stati nazionali.

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