Il 29 agosto del 1914, poche settimane dopo l’inizio del conflitto, Romain Rolland pubblicò sul «Journal de Genève» unaLettera aperta a Gerhart Hauptmann che avrebbe avviato una serie di articoli, subito raccolti in un volume intitolato Al di sopra della mischia (Au-dessus de la mêlée), con i quali lo scrittore francese, ma trasferitosi a Ginevra, nella Svizzera neutrale, sarebbe divenuto un portabandiera del pacifismo e dell’opposizione al nazionalismo militarista. Hauptmann – poeta, drammaturgo e romanziere – aveva difeso l’azione dell’esercito tedesco in Belgio, minimizzando le violenze sui civili e le distruzioni di monumenti e adducendo le necessità della guerra. Rolland, che giudicava criminale la politica di guerra del governo tedesco ma assolveva il popolo «che la subivae se ne faceva il cieco strumento», si rivolse a Hauptmann e agli intellettuali tedeschi perché dissentissero apertamente da quella politica e si schierassero invece per la civiltà: «Non faccio appello al resto del mondo contro di voi. Faccio appello proprio a voi, Hauptmann, in nome della nostra Europa».

Hauptmann risponde a sua volta sulle colonne della «Frankfurter Zeitung», il 12 settembre, e declina l’invito di Rolland: condivide il dolore del suo interlocutore per la perdita dei monumenti e per il pericolo della civiltà europea, ma solo «in termini generali». La visione di Rolland è confusa e distorta, non riconosce che la Germania era accerchiata e minacciata dalle potenze dell’Intesa, crede ingenuamente alle menzogne della stampa occidentale, trascura che i francesi uccidono non meno dei tedeschi, ignora forse che «la guerra è la guerra».

Il 15 settembre, ancora sul «Journal de Genève», Rolland pubblica un nuovo articolo – Al di sopra della mischia – e insiste sul dovere degli intellettuali di promuovere la pace: «noi abbiamo un altro compito, tutti noi, artisti e scrittori, preti e pensatori, di tutte le patrie. Anche una volta scatenata la guerra, è un crimine per l’élite compromettere l’integrità del suo pensiero». Gli intellettuali non devono ridursi a servire le politiche di guerra dei paesi belligeranti. «Élite europea, – prosegue Rolland – noi abbiamo due città: la nostra patria terrena, la città di Dio. Dell’una, siamo gli ospiti; dell’altra, i costruttori. Diamo alla prima i nostri corpi e i nostri cuori fedeli. Ma nulla di ciò che amiamo, famiglia, amici, patria, nulla ha diritto sullo spirito. […] Il dovere è quello di costruire […] le mura della città dove devono raccogliersi le anime fraterne e libere del mondo intero». Gli intellettuali non devono servire la patria, ma l’umanità.

Nelle parole di Rolland, che in Svizzera avrebbe anche partecipato alle attività della Croce Rossa e alle iniziative di soccorso ai prigionieri di guerra, torna l’idea umanistica di une repubblica delle lettere i cui membri devono servire la causa della verità e della giustizia e insieme si afferma l’idea, caratteristica della modernità, che ciò significhi prendere posizione contro le forze della politica e della storia. È una presa di posizione coraggiosa, nei primi mesi della mobilitazione totale, e Rolland deve affrontare insieme le accuse di tradimento dei propri connazionali e le risposte degli intellettuali tedeschi che rifiutano le sue tesi.

Nelle Considerazioni di un impolitico (1918), Thomas Mann ironizza sul «soave Rolland» e sul suo libro che vorrebbe essere «al di sopra della mischia» e invece vi partecipa, secondo Mann, con le accuse che rivolge alla Germania. Mann, di cui Rolland aveva criticato le prese di posizione nazionaliste dei Pensieri di guerra (1914) e di Federico e la grade coalizione(1914), si impegna in una lunga riflessione su Kultur tedesca e civilizzazione occidentale e riafferma le ragioni morali della Germania nella guerra presente. Il suo pensiero è nietzscheano e schopenhaueriano e condivide almeno in parte le posizioni di quella che Hugo von Hoffmansthal, nel 1927, avrebbe chiamato la «rivoluzione conservatrice» tedesca: affermazione di conservatorismo e nazionalismo contro il «progresso» democratico e liberale che, venuto dall’Europa occidentale, minacciava di distruggere l’identità germanica. E si possono negare le responsabilità delle democrazie dell’Intesa? «Colpevole dello stato attuale dell’Europa, della sua anarchia, della lotta di tutti contro tutti, di questa guerra, – scrive Mann nelle Considerazioni – è la democrazia nazionalistica», che antepone l’interesse economico a qualsiasi altro fine e usa la guerra come strumento per i propri scopi economici.

Così gli scrittori europei prendono posizione per l’uno o per l’altro paese, per la pace o per la guerra, per il nazionalismo conservatore o per la democrazia liberale e si espongono agli attacchi di chi sostiene la parte avversa, politica o ideologica, o dei propri connazionali, se contestano il nazionalismo e il militarismo trionfanti. Anche la scelta di restare fuori della mischia e coltivare le lettere ignorando la tempesta non sembra molto agevole: nel tempo della mobilitazione totale, la colpevolizzazione di chi si mostra indifferente ai destini della nazione è immediata. Prendere posizione, e difendere la posizione presa, è ormai una necessità imposta dalla storia.

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