Guerra totale, e totalizzante, il primo conflitto mondiale portò con sé una paradossale democratizzazione della società in cui tutti i soggetti si ritrovarono coinvolti nella responsabilità di contribuire alla vittoria finale del paese in guerra. In questo quadro di mobilitazione generale del fronte interno il lavoro diveniva parte integrante dello sforzo bellico collettivo. All’interno dell’“altro esercito” delle officine se ne creò ben presto uno, più piccolo certo ma non meno visibile, che vestiva in gonna e aveva quelle sembianze delicate e quei movimenti aggraziati che nell’opinione comune primonovecentesca tanto poco si addicevano al lavoro, in tutte le sue forme e declinazioni.

Che la sottrazione della forza lavoro maschile per il richiamo al fronte fosse destinata a produrre inevitabili conseguenze sui preesistenti equilibri tra generi era fatto abbastanza prevedibile. E lo era, innanzi tutto, nelle campagne e nel lavoro agricolo, se si pensa che su circa 4,8 milioni di uomini impiegati nell’agricoltura, circa 2,6 furono richiamati alle armi, aprendo un vuoto che andava necessariamente colmato. Ma l’immissione senza precedenti delle donne nel mondo del lavoro riguardò tutti i settori produttivi: agricoltura, industria, servizi.

E tuttavia, la lettura corrente per cui le donne “sostituirono” gli uomini richiamati al fronte è una lettura in qualche modo fuorviante, alimentata da coloro che la utilizzeranno nell’immediato dopoguerra per sottolineare la “eccezionalità”, la “ausiliarietà”, e quindi la “reversibilità” di una situazione che con il ritorno alla pace poteva ed anzi doveva essere ricondotta alla “normalità” [B. Curli, Italiane al lavoro 1914-1920, Venezia 1998].

In realtà, quella che avvenne durante la guerra fu una trasformazione spesso strutturale e irreversibile, una “esperienza senza precedenti di mobilità femminile” confermata da alcuni numeri: circa 200.000 le italiane impiegate nell’industria bellica, 600.000 quelle impegnate nell’industria tessile convertita alla produzione di vestiario militare, oltre 3.000 le donne tranviere. Quest’ultimo fu forse uno dei pochi casi reali di “sostituzione”, riconosciuto anche a livello contrattuale (spesso si privilegiavano mogli e familiari di dipendenti richiamati alle armi, scelta che sottintendeva chiaramente la provvisorietà dell’incarico). Se fino al 1916 non esistevano donne tranviere, alla fine della guerra se ne sarebbero contate, appunto, circa 3.000. Nel 1919, tuttavia, con il ritorno alla normalità di pace, le donne vennero di nuove escluse da un mestiere che continuava ad essere ritenuto prettamente maschile.

Di carattere più strutturale i mutamenti del mercato del lavoro nell’industria e, soprattutto, nel terziario. Al 1° agosto 1918 su 902.000 occupati nelle maestranze, le donne erano 198.000, il 22% del totale. Il censimento della popolazione del 1921 avrebbe mostrato un’accresciuta presenza femminile nelle industrie e, soprattutto, nel settore impiegatizio. Si configura, dunque, uno iato tra la realtà mostrata dalle statistiche e quella che è invece comunemente entrata a far parte dell’immaginario collettivo, e che tende ad identificare nella figura della donna che produce munizioni il simbolo della rivoluzione di genere prodotta dalla guerra. Lettura in parte giustificata sia dalla effettiva novità che le donne negli fabbriche rappresentarono rispetto al passato, sia dal ruolo fondamentale che in molti casi la manodopera femminile ebbe nel garantire il funzionamento della macchina produttiva, soprattutto di quella più strettamente legata alla mobilitazione bellica e civile del paese.

Ma i numeri ci dicono, appunto, che la vera rivoluzione fu quella dei “colletti bianchi”. La presenza di donne negli uffici, inizialmente giustificata e limitata al ruolo sostituivo, divenne poi sempre più massiccia nel corso della guerra: dalla pubblica amministrazione agli uffici delle industrie mobilitate, dalle banche ai servizi telefonici, i “colletti bianchi” femminili animarono un settore che conobbe con la guerra un’espansione senza precedenti. Soprattutto, a differenza delle donne tranviere e, in parte, delle operaie, la femminilizzazione degli uffici italiani rappresentò un’eredità più strutturale e di lungo periodo della guerra sul piano delle dinamiche di genere nel mercato del lavoro.

Al di là della strutturalità di certe trasformazioni, l’ingresso delle donne in settori produttivi considerati tipicamente maschili rappresentò un elemento di forte trasformazione, non solo dal punto di vista strettamente economico-produttivo, ma anche sul piano culturale e sociale.

I distinguo, ovviamente, sono d’obbligo nella interpretazione di un fenomeno che fu e rimane di lettura complessa. L’ingresso nel mondo del lavoro, ad esempio, non sempre e non necessariamente finì per tradursi per le donne in un miglioramento economico e dunque in un’occasione di elevamento sociale: soprattutto in una realtà come quella rurale, quello indotto dalla guerra fu spesso per lo più un carico di lavoro aggiuntivo senza un’emancipazione effettiva, limitata ed ostacolata dal controllo che i membri della famiglia rimasti a casa esercitavano sulla donna, sostituendosi al capofamiglia. L’eccezionalità della guerra, di per sé, non bastava a mutare la sostanza di rapporti di forza e di dinamiche familiari di tradizione secolare. La trasformazione degli equilibri tra generi e l’alterazione di ruoli a lungo consolidati non mancò tra l’altro di creare una sorta di risentimento, ora velato ora espresso, negli uomini al fronte, tra i quali non di rado si diffuse la preoccupazione per ciò che stava avvenendo lontano, a casa, dove forse – si iniziò a pensare – le donne stavano prendendo il posto degli uomini e magari si divertivano inconsapevoli della barbarie della guerra. Si trattava ovviamente di un’immagine del tutto distorta delle reali condizioni in cui l’universo femminile si ritrovava a gestire l’assenza della figura maschile; eppure è un’immagine che ricorre ed emerge spesso dalle testimonianze dal fronte.

In altri casi, tuttavia, e soprattutto al di fuori del mondo rurale, l’ingresso nel mondo del lavoro significò per le donne emancipazione. Ed emancipazione significava improvvisa e spesso sconosciuta libertà, di azione di movimento e di pensiero. Ecco allora che le nuove lavoratrici, mentre producevano munizioni o garantivano il funzionamento della macchina burocratica, divenivano protagoniste attive del “fronte interno” e si interrogavano sulle ragioni della guerra, finendo non di rado per farsi promotrici delle proteste e delle agitazioni che attraversarono a più riprese i luoghi di lavoro e le piazze del paese.

Alla fine del conflitto – si è spesso sostenuto – le donne tornarono al loro posto. La smobilitazione femminile, a differenza di quella economica, si compì in molti casi rapidamente, il che alimenta una visione della guerra come momento essenzialmente conservatore, piuttosto che modernizzatore, almeno nel rapporto tra i sessi: come è stato giustamente osservato, mentre gli uomini tornavano “a casa”, le donne tornavano “in casa”. Unico riconoscimento, tardivo, delle trasformazioni avvenute durante la guerra, la legge 17 giugno 1919, la cosiddetta “legge Sacchi”, che ampliava i diritti civili delle donne, ne autorizzava l’accesso a professioni fino a quel momento a loro precluse, cancellava l’autorizzazione maritale per le transazioni pecuniarie: poco più di un “premio di smobilitazione” per i meriti acquisiti durante il conflitto [S. Soldani, Donne senza pace, Bologna 1991].

Tuttavia, l’esperienza bellica non sarebbe andata perduta nella sua caratterizzazione di bagaglio culturale ormai acquisito. Quello degli intrecci tra vicenda femminile e vicenda economica rimane uno degli aspetti che meglio evidenziano tutti i paradossi e le contraddizioni di una guerra modernizzatrice e distruttrice insieme. Se lo sconvolgimento portato dalla guerra nelle abitudini lavorative delle donne non fu il solo, sicuramente fu però uno dei più visibili e, con i dovuti distinguo, uno di quelli che più avrebbero fatto sentire le loro conseguenze nel dopoguerra, in termini non solo strettamente economici, ma anche sociali e di costume.

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