“Mobilitazione totale” è una di quelle key-words e di quelle categorie che racchiudono nella maniera più esemplare lo spirito (tragicamente) nuovo e inedito che informa di sé la Prima guerra mondiale. La natura totale (appunto) e “totalizzante” di questo conflitto tremendamente moderno (e modernistico) si esprime anche nell’esigenza di presidiare e mobilitare come mai avvenuto nel passato il cosiddetto fronte interno.

La totalità della mobilitazione (che finisce per cancellare la distinzione, in precedenza piuttosto netta, tra il fronte e le retrovie, e dunque le comunità e i luoghi di vita e di lavoro extrabellici) investe, naturalmente, la propaganda e incentiva la socializzazione di massa alla politica (effetto collaterale su grande scala della massificazione della guerra). Lo Stato liberale, con la circospetta e ferrea limitazione dei suoi interventi (se non sotto la forma del paternalismo), viene colpito in pieno (e travolto) dalle “tempeste d’acciaio” scatenate dalla Prima guerra mondiale; il controllo dell’informazione e le attività propagandistiche totalizzanti che esso mette in campo rappresenteranno altresì il viatico e il brodo di coltura per una serie di apprendisti stregoni che sapranno appropriarsene, trasformandosi, per molti versi, nelle avvisaglie e nei laboratori del totalitarismo – un tema bene evidenziato dal libro Controllare e distruggere. Fascismo, nazismo e regimi autoritari in Europa (1918-1945) dello storico Johann Chapoutot (Einaudi, 2015). Figlia diretta della mobilitazione totale è, infatti, la dimensione di delegittimazione spinta dell’avversario (degradato a “nemico” interno ) che caratterizza con una virulenza estrema le campagne elettorali del primo dopoguerra italiano (al riguardo, si rivela illuminante il volume Il nemico in politica, curato da Fulvio Cammarano e Stefano Cavazza, il Mulino, 2010).

La mobilitazione industriale, quella delle donne “coscritte” all’occupazione per sostituire gli uomini spediti a ondate nelle trincee, e l’autentico sovvertimento nelle relazioni di lavoro, inoltre, generarono la speranza di una palingenesi sociale e di un cambiamento nei rapporti di forza interni alle società capitalistiche. E proprio lo spettro della rivoluzione, altro derivato e conseguenza della socializzazione politica di massa (col rischio che la guerra planetaria costituisse il detonatore di un conflitto sociale su vastissima scala), rappresentò per le élites governanti uno dei pericoli da fugare cercando di tenere alto il morale sui terreni di battaglia e in seno alla popolazione non combattente messa in produzione, attraverso l’opera della mobilitazione propagandistica totale, tanto negli Imperi centrali che presso gli Alleati.

La mobilitazione totale partorì una pluralità di “propagande” che si affiancarono a quella ufficiale di provenienza governativa, orientata dagli stati maggiori e dai comandi supremi (e che si nutriva anche di una censura capillare, come – giusto per citare uno dei numerosi possibili esempi – nel caso dell’occhiutissima sorveglianza sulle lettere inviate ai familiari dai soldati al fronte). Una molteplicità di propagande e “contropropagande” accomunate da alcune issues di fondo – come la mitologia dell’entusiasmo popolare per la guerra –, dispiegate da attori differenti che, in quanto parti in causa, giocavano partite specifiche e campagne di consensus building miranti a fidelizzare singoli settori dell’opinione pubblica complessivamente interessata dalle maglie della mobilitazione totale al fine di conseguire finalità specifiche; e che, quindi, sposavano a volte l’interventismo celando e sottacendo una logica di autonomo bargaining politico. E non si trattava solamente delle forze politiche più rilevanti (dai nazionalisti ai socialisti, dai liberali divisi ai cattolici, fino agli anarcosindacalisti), ma anche di ulteriori soggetti, come le suffragiste (e il “femminismo pratico” in genere), impegnate nell’opera di apostolato propagandistico a favore dell’impegno e della partecipazione bellica delle donne per “legittimare” e fondare la richiesta del diritto di voto.

Mobilitazione a 360 gradi fu, poi, quella della stampa (a partire da quella quotidiana), all’indomani della decisione dell’ingresso in guerra e del superamento della condizione di neutralità dell’Italia che era durata nel corso del 1914. Una volta effettuata la scelta bellicista, la censura totale, esercitata dal Comando supremo del Regio esercito, lasciò giustappunto il passo alla mobilitazione totale, con le azioni censorie che, sempre fortissime, si rimodularono al fine di fare dei giornalisti (a cui nei primi mesi della guerra era interdetta perfino la presenza sui teatri del conflitto) dei perfetti addetti e dei prototipici funzionari della “guerra psicologica”. Il giornalismo embedded trova in questa occasione di mobilitazione totale anche dell’opinione e della sfera pubbliche una delle sue prime manifestazioni (se non, in assoluto, la prima espressione), al punto da indurre le testate a inviare al fronte svariate delle migliori penne (da Luigi Barzini delCorriere della Sera ad Achille Benedetti del Giornale d’Italia). E il “giornalismo con l’elmetto”, mentre celebrava le sorti magnifiche e progressive del proprio esercito – in Italia come nelle altre nazioni belligeranti (dove nei regimi liberal-democratici più avanzati la tecnicizzazione della propaganda si faceva sempre più pervasiva, sofisticata e innovativa) –, si incaricava di espungere dalle proprie pagine ogni riferimento ai dissensi nelle aule parlamentari come nelle piazze, e qualsivoglia news negativa che potesse “compromettere” il morale del fronte interno. Perché la mobilitazione risultava totale anche su questo versante, e si avvaleva di ogni canale e metodologia – dalla disinformazione alla black propaganda, dall’omissione allo storytelling (come si direbbe oggi) – nel nome della lotta senza quartiere contro il nemico, come pure di quella senza tregua nei confronti del “disfattismo”.

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