Così veniva definito il meccanismo della mobilitazione industriale dai suoi stessi organizzatori, in un verbale del Comitato centrale datato 1916. Risultato e allo stesso tempo mezzo di una guerra “totale” che portava con sé la necessità di una condivisione del sacrificio da cui nessuno poteva ritenersi escluso, la mobilitazione delle forze produttive diveniva parte integrante (e portante) della più generale mobilitazione nazionale. In Italia, in un paese a detta dei più impreparato alla guerra e già provato, ancor prima dell’inizio delle operazioni militari, dai lunghi mesi di estenuante confronto, verbale e non solo, tra neutralisti e interventisti, la macchina della mobilitazione industriale si fece trovare sorprendentemente pronta, mettendosi in moto fin dal luglio 1915. Come avrebbe scritto Luigi Einaudi, “l’improvvisazione fu inevitabile” ma “fu probabilmente vantaggiosa a sfruttare ed applicare” (L. Einaudi, La condotta economica e gli effetti sociali della guerra italiana, 1922, p. 62). In tutto ciò il paese poté senza dubbio godere di una sorta di vantaggio da late comer: quasi un anno di guerra sul fronte occidentale aveva ormai dimostrato senza possibilità di dubbio che la guerra che si stava combattendo era diversa da tutte quelle combattute nella storia millenaria dell’umanità, e che avrebbe richiesto una mobilitazione di uomini e di mezzi come mai prima sperimentata.

Resa possibile dalla Legge n. 271 del 2 maggio 1915 che conferiva al governo poteri straordinari in caso di guerra e dal R.D. n. 993 del 26 giugno, con cui si conferivano al governo ampi poteri in materia di controllo della produzione al fine di assicurare rifornimento di materiali ad Esercito e Marina, la mobilitazione industriale entrava formalmente in vigore con il R.D. n. 1.065 del 9 luglio 1915 con cui venivano creati il Comitato Supremo per i rifornimenti di armi e munizioni e il Sottosegretariato delle Armi e Munizioni, affidato alla guida del generale Alfredo Dallolio. Mobilitazione generale – fu così da subito evidente – significava anche un trasferimento mai prima sperimentato di poteri dalle autorità civili alle autorità militari. La decisione di affidare ad un militare la gestione della macchina della mobilitazione industriale segnava una scelta netta e precisa delle autorità italiane a favore di una militarizzazione della produzione, solo in parte attenuata dalla concreta gestione di Dallolio che preferì (o avrebbe preferito) lasciare agli industriali gran parte dei compiti organizzativi e decisionali. Ad ogni modo, anche i Comitati regionali (prima sette e poi undici), dipendenti dal Ministero della guerra, furono posti sotto il controllo di militari. Le industrie dichiarate “ausiliarie” (allo sforzo bellico) vennero militarizzate, così come la manodopera in esse impiegata.

Non si trattava – lo si volle subito e poi a più riprese precisare – di una statalizzazione, poiché le industrie rimanevano di proprietà dei privati imprenditori; si era di fronte, tuttavia, ad un’importante svolta in termini di intervento statale nell’economia. Basti pensare che la legge sulla mobilitazione regolava aspetti quali la quantità e il genere di merce prodotta, i prezzi, i tempi di fornitura, i prezzi di acquisto delle materie prime e, sul fronte della manodopera, le assunzioni, gli orari di lavoro, i salari. La dichiarazione di ausiliarietà, guardata inizialmente con sospetto dagli industriali, divenne ben presto “ambitissima” (L. Einaudi, La condotta economica e gli effetti sociali della guerra italiana, 1922, p. 103). Un dato su tutti aiuta a capire il perché: le assenze dal lavoro, che avevano toccato l’8,4% prima della militarizzazione, sarebbero scese al 4,88% nel periodo della mobilitazione.

La macchina della mobilitazione permise al paese di affrontare le sfide di un conflitto “moderno” ed “industriale”, assolvendo sostanzialmente il compito di rifornire l’esercito. Poco meno di 800 nel 1916, nel 1918 gli stabilimenti ausiliari risultavano circa 2.000, per un totale di 900.000 addetti. Le donne impiegate negli stabilimenti ausiliari passarono dalle 23.000 nel 1915 alle 200.000 nel 1918; alla stessa data, i ragazzi impiegati erano circa 60.000. Il 35,7% erano esonerati e militari, il 33% operai, il 28,6% donne e ragazzi, il 2,1% prigionieri e profughi, lo 0,6% operai provenienti dalla colonia libica.

Mobilitazione Industriale come misura eccezionale di guerra, dunque? Non così nell’idea dei suoi organizzatori. Interessante che già nel 1916 il pensiero principale di coloro che si trovavano a gestire la produzione bellica andasse al dopoguerra, a quelle “conseguenze economiche della pace” di cui tanto si dibatterà nell’Europa appena uscita dal conflitto. E altrettanto interessante che venissero poste con grande lungimiranza questioni quali quella dell’opportunità di “abusare della vittoria” o di “volerne trarre vantaggi materiali eccessivi”.

Di questo avevano discusso i rappresentanti dei paesi alleati alla Conferenza economica di Parigi del giugno 1916. Come i vertici delle nazioni che si accingevano a vincere la seconda guerra mondiale si sarebbero riuniti nell’incontro di Bretton Woods, nel 1944, e dunque a guerra non ancora conclusa, parlando di commercio e finanza, consapevoli che la ricostruzione dell’ordine mondiale sarebbe partita proprio da quell’economia che quell’ordine aveva contribuito a minare, così i rappresentati delle nazioni coinvolte nel primo conflitto mondiale si incontrarono a Parigi avendo ben presente la centralità del problema economico-finanziario ai fini della ricostruzione post-bellica. Ma se a Bretton Woods i paesi coinvolti potranno far tesoro delle nefaste conseguenze che la mancata risoluzione delle questioni economiche aveva prodotto in termini di laceramento della pace negli anni Trenta, a Parigi, nel 1916, e poi nel 1919, sarebbe invece prevalso il principio della difesa degli interessi nazionali in nome dell’indipendenza (economica) delle nazioni.

Le riflessioni del 1916 rimanevano tuttavia importanti perché denotavano una forte consapevolezza, da parte di chi si trovò a gestire i meccanismi della mobilitazione, dei problemi che la riconversione avrebbe posto nel dopoguerra. “Durante la pace la Germania si è preparata alla guerra, durante la guerra noi dobbiamo prepararci alla pace!”: così avrebbe scritto Enrico Toniolo, stretto collaboratore di Dallolio, nel suo libretto su La mobilitazione industriale in Italia (1916), uscito subito dopo la conferenza economica di Parigi. L’idea propugnata da Dallolio a Parigi era in sostanza quella di una prosecuzione, seppur adattata, della mobilitazione in tempo di pace. Una prosecuzione che avrebbe dovuto trovare nell’alleanza tra Stato e industria il suo pilastro portante.

“Poiché l’alleanza e la rispettiva cooperazione fra esercito e industria avranno portato alla vittoria, è necessario che Governo e Industria siano di nuovo e più largamente alleati in avvenire”. (E. Toniolo, La mobilitazione industriale in Italia, 1916).

In queste parole stava molto di quello che sarebbe emerso come il problema industriale – ma sarebbe forse più corretto dire il problema politico-sociale tout court – dell’Italia del dopoguerra.

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