«La crisi dell’Euro rispecchia il fallimento di una politica senza prospettive». Sono passati poco più di tre anni da quando, nell’agosto 2012, Jürgen Habermas, Peter Bofinger e Julian Nida-Ruemelin scrivevano queste parole.

L’auspicio dei tre intellettuali era che il governo tedesco prendesse atto della necessità di proseguire sul cammino dell’integrazione e verso una «democrazia sovranazionale» dotata di istituzioni realmente federali. Da allora le cose sono cambiate, ma non certo perché il disegno di una democrazia sovranazionale abbia incominciato a prendere forma. Le linee di frattura che attraversano oggi l’Ue sono anzi ancora più profonde.

Se la crisi dell’Euro non ha avuto una soluzione strutturale, il Vecchio continente si è trovato alle prese anche con le conseguenze dell’instabilità politica in Nord Africa e in Medio Oriente. Conseguenze che non hanno semplicemente mostrato, ancora una volta, la debolezza (o forse l’inconsistenza) della politica estera dell’Ue, ma che hanno anche innescato nuove pressioni xenofobe, dinanzi alle quali sembrano sul punto di essere accantonati persino i principi di Schengen.

E mentre il più volte annunciato «piano Juncker», che avrebbe dovuto rilanciare gli investimenti, è rimasto per ora solo un vago progetto, le forze politiche ‘europeiste’ – e cioè le assai eterogenee famiglie ospitate dal Pse e dal Ppe – si trovano incalzate da sfidanti sempre più aggressivi, per identificare i quali la formula dell’«euroscetticismo» appare ormai quantomeno imprecisa.

Quando gli storici di domani tenteranno di chiarire i motivi del prolungato stallo del processo di integrazione, probabilmente non potranno fare a meno di considerare alcune delle tendenze di lungo periodo che la crisi globale del 2008 ha fatto affiorare in modo evidente.

Tendenze rappresentate innanzitutto dal ‘relativo’ declino degli Stati Uniti, dallo spostamento del baricentro della politica americana verso il Pacifico, o dal disordine che – anche per effetto della seconda guerra del Golfo – ha investito il Medio Oriente. Al tempo stesso, i futuri storici non potranno però trascurare il peso dell’assetto istituzionale dell’Ue, un assetto che rende ‘politicamente’ quasi impraticabile la strada verso una «democrazia sovranazionale».

Per molti versi, solo la costruzione di un’Europa federale e solidale potrebbe infatti consentire di superare la crisi che investe oggi l’Ue, grazie per esempio a una mutualizzazione del debito e dunque a misure redistributive tra gli Stati membri. Ma si tratta di un sentiero precluso da ostacoli politici molto difficili da scavalcare.

Per imboccare questa strada sarebbe infatti indispensabile un sostegno politico che non può essere fondato semplicemente su argomentazioni di opportunità economica. Un sostegno di questo genere però – ormai lo abbiamo amaramente compreso – negli ultimi anni è diventato sempre più fragile. Sia perché le tracce di un «noi» condiviso, su cui basare politiche di solidarietà, oggi – per effetto anche di quel «diritto europeo dell’emergenza», di cui il Fiscal Compact costituisce il pilastro – sembrano ancora più labili che vent’anni fa. E sia perché i partiti che oggi sono protagonisti della politica europea, oltre a godere di una assai scarsa legittimazione, tendono a guardare esclusivamente alle rispettive opinioni pubbliche nazionali.

Alle radici dell’odierna crisi si trova però anche la genetica impronta ‘post-democratica’ che rende impraticabile qualsiasi riforma volta a dare centralità politica al demos europeo, e che tende a vanificare qualsiasi tentativo di costruire un’identità politica comune.

Per molti versi l’Ue fu infatti costruita a Maastricht anche come una formidabile macchina di ‘depoliticizzazione’: una macchina istituzionale in grado cioè di ‘sterilizzare’ le democrazie degli Stati membri, di ‘de-politicizzare’ alcune decisioni cruciali, di sottrarre dunque la capacità di interdizione agli elettorati nazionali e alle singole opinioni pubbliche, oltre che – ovviamente – per ‘costringere’ persino le classi politiche più riluttanti ad adottare misure impopolari.

All’interno di un sistema di questo genere, concepito proprio per scavalcare la voce dei popoli europei e per neutralizzare le resistenze che provengono ‘dal basso’, i progetti che ambiscono a ‘democratizzare’ la macchina rischiano di urtare contro ostacoli invalicabili. La prospettiva di una federazione dei popoli europei lascia così il posto al «federalismo degli esecutivi» e al «diritto europeo dell’emergenza».

Anche se in questo modo le istituzioni europee sono destinate a veder crescere quasi ogni giorno nuovi avversari, che – a destra e a sinistra – vedono il principale bersaglio della loro battaglia proprio nell’Ue. E che, contro la realtà di un’Europa senza politica, innalzano con sempre maggiore convinzione il vessillo di una politica senza Europa.

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Scuola di Cittadinanza Europea