La politica, si sa, è fatta di parole vive. Alcune di queste parole – per esempio democrazia, rappresentanza, libertà, diritti, uguaglianza – sono ormai parte integrante del dibattito pubblico al quale tutti i cittadini di uno stato che si autodefinisca democratico partecipano in modo più o meno attivo. Cercare di comprendere il significato di queste parole è un compito difficile per almeno due motivi. Il primo è che in una società “democratica”, il senso stesso delle parole che si trovano nel dibattito pubblico molto raramente si presta a interpretazioni univoche. Un tipico esempio di ciò è l’uso della parola libertà. Sono molti i movimenti o partiti politici, di destra o sinistra, che nei sistemi democratici occidentali utilizzano la parola libertà per giustificare le proprie decisioni o posizioni politiche. Sarebbe tuttavia impresa ardua riuscire a dare un’unica definizione di questo termine basandosi sul dibattito politico di una campagna elettorale.

Il secondo motivo per il quale è difficile comprendere il significato delle parole della politica è la loro intrinseca storicità. Termini come democrazia, rappresentanza (con la sua variante estetico-simbolica rappresentazione), libertà o uguaglianza hanno storie complesse che originano nell’antica Grecia o nell’antica Roma. Molte di queste parole hanno attraversato la storia medievale, moderna e contemporanea assumendo nuovi e inediti significati o recuperandone altri che sembravano perduti. Alcune possono essere traduzioni da parole di lingue oggi scomparse, è il caso di demokratìa in Greco antico o repraesentatio nel Latino medievale, da cui originano i termini rappresentanza-rappresentazione. Basta osservare il modo in cui queste parole sono state utilizzate dai rivoluzionari inglesi nel XVII e da quelli americani e francesi alla fine del XVIII secolo per rendersi conto dell’enorme variazione di significato che le ha accompagnate anche nella storia più recente.

E’ anche per questo che, quando utilizziamo termini come democrazia, rappresentanza, libertà o uguaglianza nel dibattito quotidiano delle nostre democrazie, non dobbiamo mai dimenticare il peso del contesto storico nella costruzione dei loro significati attuali. E’ perfettamente possibile pensare che, soltanto fra una generazione, le stesse parole che usiamo oggi avranno un senso totalmente diverso nel mondo della politica. Va da sé che questo è ancora più verosimile nei regimi democratici dove è proprio il dibattito attivo sul significato delle parole della politica a costituire la linfa vitale e imprescindibile dell’esistenza dell’agire politico.

Ci sono stati momenti nella storia politica del mondo occidentale in cui i significati consolidati di certe parole della politica hanno subito uno stravolgimento radicale. In questi momenti, esse sono diventate espressioni controverse, oggetti di dibattiti spesso violenti e talvolta strumenti di slogan ideologici. Di certo, è stato questo il caso nelle rivoluzioni inglese, americana, francese, nella rivoluzione russa e in quella, dimenticata, di Haiti. Seppure in modi totalmente diversi, la congiuntura politica che stiamo vivendo rappresenta uno di questi momenti. La crisi dello stato, la crescente globalizzazione e il numero di regimi, in costante aumento, che tengono a definirsi democratici sono tutti fattori che stanno mettendo in crisi il lessico della politica cui l’Occidente è stato abituato per molto tempo. Questo ci ricorda ancora una volta l’estrema relatività storica delle parole della politica.

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Scuola di Cittadinanza Europea