La prima guerra mondiale ha segnato uno spartiacque importante nella la storia della scienza. L’affermazione, tuttavia, non deve essere intesa (o non solo) nel senso di una svolta in tema di scoperte e innovazioni applicate ed applicabili alla guerra (la vera svolta sarà rappresentata dall’utilizzo della bomba atomica contro il Giappone nell’estate del 1945), quanto piuttosto della spinta data dalla guerra all’affermazione dell’importanza del binomio scienza-produzione ai fini di una modernizzazione generale della società.

In senso stretto, le innovazioni indotte dal conflitto possono essere lette più come il risultato di una accelerazione di processi già in atto che come una netta rottura rispetto al passato. Quello che sicuramente il conflitto favorì fu il superamento della vocazione internazionalista e cosmopolita della scienza ottocentesca a vantaggio di una scienza “nazionale”.

Due furono gli eventi contingenti che misero il mondo di fronte al tema del rapporto tra scienza e guerra: la battaglia di Ypres del 22 aprile 1915, la prima che vide un uso sistematico dei gas come arma moderna di combattimento inaugurando di fatto l’era delle guerre chimiche; e l’affondamento del transatlantico americano Lusitania (una nave passeggeri in viaggio da New York a Liverpool) che il 7 maggio del 1915 venne colpita, vicino alle coste britanniche, da un siluro lanciato da un sommergibile tedesco.

In entrambi i casi, quello che a tutti parve evidente fu il nesso immediato tra i due episodi e la superiorità tecnologico-industriale che la Germania sembrava poter vantare in nome della lunga tradizione di collaborazione tra scienza, industria e apparato militare. Questa presa di coscienza aprì in tutti i paesi belligeranti la corsa a colmare il gap accumulato in tale campo. L’Italia non rimase estranea a questa tendenza, avviando anch’essa un percorso di “modernizzazione”, nelle due direttrici parallele della scienza applicata e dell’organizzazione del mondo scientifico.

Guerra “dei materiali” più che “guerra tecnologica” in senso stretto, il primo conflitto mondiale mise il mondo scientifico, soprattutto quello di un paese per molti versi ancora arretrato sulla via dello sviluppo come l’Italia, di fronte ai limiti di un’economia dipendente dall’estero per molte delle materie prime necessarie allo sforzo bellico, impegnandolo in uno sforzo che fu prima di tutto sforzo di riadattamento della scienza pura alla praticità delle esigenze belliche.

Dai calcoli matematici applicati alla balistica, alla fisica applicata al miglioramento dell’aerodinamica nei voli diguerra e più in generale dell’intero utilizzo delle tecniche offensive e difensive, per arrivare alla chimica applicata allo sviluppo di esplosivi e nuove armi di distruzioni di massa ma anche alla farmacologia e alla scienza medica, nessun settore della scienza rimane di fatto escluso dalla mobilitazione.

Sviluppo scientifico e sviluppo industriale finirono spesso per intrecciarsi, soprattutto nel caso dell’industria meccanica (automobilistica e aeronautica in primis), che si avvantaggiò delle innovazioni scientifiche; ma anche dell’industria chimica e dei suoi ritrovati.

La presenza massiccia e invasiva della scienza nella guerra – guerra “totale” anche e soprattutto grazie alla scienza – finì non di rado per creare uno iato tra l’umanità della guerra quotidiana vissuta dai fanti nelle trincee e la “disumanità” della tecnologica che stava dietro a molte di quelle condizioni che determinavano e regolavano la vita di trincea.

Ma, se la scienza pervase la guerra, d’altra parte la guerra trasformò in modo importante il mondo della scienza e la sua organizzazione.

Il mondo scientifico italiano si presentò all’appuntamento con la guerra organizzato in due principali enti: la Società italiana per il progresso delle scienze (Sips), ricostituita a Parma nel 1907 sotto l’impulso di Vito Volterra con lo scopo dichiarato di rappresentare un momento di incontro tra la conoscenza tecnico-scientifica e la produzione industriale (non a caso vi aderirono, oltre al mondo scientifico per intero, anche esponenti del mondo industriale e finanziario), e l’Accademia nazionale dei Lincei.

Dopo una prima fase di cautela attendistica, a partire dall’autunno del 1914 anche il mondo scientifico, allineandosi con la massima parte dell’intellettualismo italiano, si schierò a favore dell’intervento in guerra del paese, spesso accompagnato dalla polemica antitedesca volta a decostruire le tesi sulla pretesa supremazia germanica, rivendicata nel Manifesto firmato dagli intellettuali tedeschi nell’ottobre del 1914. Non mancarono d’altra parte resistenze e adesioni sofferte, soprattutto da parte di coloro che continuavano a vedere nella Germania un punto di riferimento fondamentale per l’intera scienza europea e sicuramente per quella italiana, almeno a partire dall’ultimo ventennio dell’Ottocento. Fatta eccezione per alcuni casi isolati seppur importanti, il mondo della scienza si trovò dunque mobilitato in una sorta di “nazionalismo scientifico”, alla cui base vi era la convinzione che la scienza potesse prestarsi ad essere non solo parte integrante ma protagonista dello sforzo di mobilitazione del paese, mettendo le proprie conoscenze a servizio delle esigenze militari ed industriali della nazione. Capofila di questa mobilitazione il matematico Vito Volterra, che si arruolò volontario e venne assegnato all’Istituto centrale aeronautico.

Questa “mobilitazione scientifica” accelerò e favorì importanti sviluppi dal punto di vista organizzativo, con conseguenze di lunghissimo periodo. Nel luglio del 1915 veniva costituito il Comitato nazionale di esame delle invenzioni attinenti ai materiali di guerra (Cnig), un ente privato facente capo agli ambienti scientifici e industriali milanesi; nel luglio del 1916 nasceva il Comitato nazionale scientifico tecnico per lo sviluppo e l’incremento dell’industria italiana (Cnst), che segnava un’ulteriore svolta sul piano della sinergia tra scienza nazionale e industria (con l’industria milanese ancora una volta in prima fila nel promuovere e patrocinare le attività del Comitato). Alla base del nuovo binomio scienza/industria vi era un mai celato desiderio di affrancare l’industria italiana dalla duplice dipendenza straniera, sia di materie prime che di know how. L’ulteriore passo in questa direzione fu la creazione nel marzo del 1917 presso il Sottosegretariato per le armi e munizioni, e quindi superando il carattere privato delle precedenti iniziative, dell’Ufficio invenzioni (poi Ufficio invenzioni e ricerche, Uir), primo embrione del futuro Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr, nato nel 1923). Organizzato in commissioni e uffici specializzati nelle diverse competenze chimiche, fisiche e ingegneristiche, l’Uir poté annoverare tra i suoi collaboratori nomi come quelli di Guglielmo Marconi, Orso Maria Corbino, Pietro Blaserna, Gustavo Colonnetti.

Come per la storia d’Italia tout court, la guerra ebbe dunque un valore periodizzante anche per la storia della scienza, e dei rapporti tra scienza e industria, da una parte, e tra scienza e società, dall’altra.

Il conflitto non solo mise il luce come mai prima di allora l’impatto determinante della scienza sulla vita (ma soprattutto sulla morte) degli eserciti combattenti; ma ebbe un ruolo centrale nell’accelerare una revisione profonda del rapporto tra scienza pura e scienza applicata, con conseguenze importanti, ad esempio, sull’ordinamento scolastico ed universitario, e sugli aspetti organizzativi stessi del mondo scientifico. In tal senso, la nascita del Cnr, erede diretto dell’Uir, può essere considerata una delle acquisizioni più importanti derivanti dal conflitto. L’altra fu indubbiamente quella di rendere più tangibile la necessità di un coordinamento tra scienza, tecnologia e produzione come elemento di modernizzazione della società. Basterebbe una scorsa rapida alla composizione dei comitati delle principali società scientifiche nazionali sorte (o risorte) nel dopoguerra, tra cui spiccano nomi di primo piano dell’industrialismo italiano, per rendersi conto di questa svolta.

La guerra, insomma, rese evidente e al contempo favorì una maggiore applicazione pratica della scienza alla produzione industriale a servizio della nazione, in una sorta di nazionalismo scientifico o comunque di funzionalità della scienza ad una politica nazionalista, sulla quale avrebbero più tardi trovato terreno fertile gli orientamenti ideologici del fascismo, da quello autarchico a quello imperialista.

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