Il primo dopoguerra vede in tutta Europa l’irruzione delle masse nella vita politica e sociale. Accade, in modo visibile e ben presto drammatico, anche in Italia. Le masse protagoniste del malcontento; le masse che protestano, dapprima nelle campagne e poi nelle fabbriche, durante il biennio rosso. Quelle stesse masse represse da uno stato liberale agonizzante, e infine mobilitate e fascistizzate da un regime in ascesa.

L’istituzionalizzazione della protesta e la sua massificazione appaiono dunque come una delle tante eredità che l’Europa uscita dal conflitto si trova a gestire, spesso trovandovisi impreparata.

In Italia, la tensione sociale aveva caratterizzato il quadro nazionale fin dai mesi della neutralità. E fu proprio in quei mesi che si sperimentarono per la prima volta forme di mobilitazione delle masse, dinamiche di protesta/repressione, dialettiche di violenza che si ritroveranno poi immutate nel dopoguerra.

Le famose inchieste commissionate dalle autorità centrali sullo “spirito pubblico” del paese, a partire da quella dell’aprile 1915, rimandavano del resto l’immagine di un paese che, pur dominato dalla rassegnazione, non aveva visto mai scomparire del tutto, soprattutto nelle campagne, un malcontento, più o meno latente. A queste tensioni, si uniscono le spaccature presenti all’interno dei vertici – politici, economici, militari, diplomatici – del paese, inizia allora a delinearsi in modo chiaro il profilo di un tessuto sociale in cui la protesta trovava terreno fertile di fioritura.

Situazione di cui erano ben consapevoli le autorità pubbliche, centrali e periferiche, che infatti non tardarono a mettere in atto meccanismi di mobilitazione autoritaria e strumenti di repressione del dissenso che non fecero altro che aggravare lo stato di tensione all’interno di una popolazione che, intanto, una guerra “totale” e nella sua totalità “democratizzante” stava richiamando ad una mobilitazione senza precedenti delle risorse morali e materiali. Soggetti fino ad allora rimasti ai margini della vita nazionale – donne, giovani, comunità periferiche, popolazioni rurali – si ritrovarono loro malgrado coinvolti nei meccanismi di una presenza statale invasiva e pervasiva, capace di raggiungere financo gli aspetti più “privati” della vita individuale. Con la guerra gli italiani ebbero per la prima volta la percezione esatta di quanto stringenti potessero essere i tentacoli statali, di quanto la contingenza eccezionale avesse esteso in un tempo storico risibile i poteri dello stato sulle dinamiche lavorative, ma anche su quelle familiari, sulla vita, e persino sulla morte, dei cittadini. Dai controlli alle regolamentazioni, dai richiami alle armi ai sussidi, nessun aspetto della vita collettiva sembrava poter sfuggire al controllo statale. In questo senso, l’impatto con la modernità fu, soprattutto nelle campagne, un impatto imposto ed al contempo fortemente mediato dallo Stato e dalle autorità locali. Questo quadro è imprescindibile per comprendere quella sorta di filo invisibile che lega – dalla “settimana rossa” della primavera del 1914 al “biennio rosso” del 1919-20 – un’Italia della protesta che, nonostante tutti i tentativi in senso contrario, non cesserà mai di vivere anche negli anni del conflitto. Un filo invisibile ma resistente, che lega le donne che invadono i municipi bruciando le tessere di richiamo al fronte e quelle che cercano di bloccare le prime partenze nel maggio 1915; i cortei al grido di “pane e lavoro” e gli assalti ai forni e ai mulini; i comizi sfociati in tafferugli e le iniziative studentesche. Un universo in costante fermento eppure spesso sconosciuto, e dunque anche difficilmente quantificabile, che va poi necessariamente collegato a quello – che potremmo definire delle “protesta ufficiale” – che include gli scioperi, nell’agricoltura e nell’industria.

Fenomeno, quest’ultimo, più studiato e conosciuto, e che lettura – in termini di una riduzione a volte anche importante degli scioperi nel periodo bellico – ha finito spesso per condizionare la lettura più generale sul fenomeno della protesta e della agitazioni, con il rischio di interpretazioni fuorvianti.

Su fronte degli scioperi, le statistiche mostrano in effetti una riduzione importante degli episodi nel periodo bellico, sia per quanto riguarda l’agricoltura (si passa dai 123 scioperi nel 1914 ai 69 nel 1915, 61 nel 1916, 27 nel 1917 per toccare il minimo, 10, nel 1918) che per quanto riguarda l’industria (dai 782 nel 1914, ai 539 nel 1915, 516 nel 1916, 443 nel 1917, per toccare anche qui il minimo storico di 303 nel 1918), questi ultimi fortemente limitati dalla legislazione sulla mobilitazione industriale che, militarizzando le industrie ausiliarie, sottoponeva le maestranze in essa occupate a disciplina militare, vietando lo sciopero.

A differenza degli scioperi, i cui obiettivi erano e rimanevano più facilmente identificabili, sia nelle rivendicazioni che nei destinatari, la nuova protesta aveva spesso contorni meno definiti e andamenti meno prevedibili, se si esclude il minimo comun denominatore dell’opposizione alla guerra. Ben presto fu tuttavia la questione annonaria e più in generale l’emergenza alimentare ad essere al centro delle agitazioni, in particolare nelle zone rurali. Fu infatti soprattutto sul fronte dei consumi che la guerra fece sentire i suoi effetti devastanti sull’esistenza quotidiana della popolazione delle campagne. Nell’arco di pochi mesi le popolazioni rurali si trovarono obbligate in un reticolo di norme, obblighi e divieti che fece loro percepire, forse per la prima volta in modo tanto evidente e cogente, la presenza dello Stato. Quasi nessun bene della produzione agricola, dal grano allo zucchero, dall’olio al formaggio, dal fieno alle pelli ovine e caprine, sfuggiva alle requisizioni. Lo stesso dicasi per i censimenti e gli obblighi di denuncia, a cui spesso si accompagnavano divieti di libero utilizzo dei beni, limitazioni e razionamenti.

Ad accomunare i due filoni della protesta – scioperi e malcontento sociale – vi fu sicuramente il picco raggiunto in entrambi i casi nella primavera-estate del 1917. Occupazioni delle terre, marce per la pace, lotte sindacali nelle zone del bracciantato e scioperi nelle città industriali culminati nelle agitazioni torinesi dell’agosto del 1917 (anche questi, non a caso, scatenati da una questione annonaria): un’estate rovente sul fronte della protesta, sedata a colpi di repressione e di una stretta sul piano della propaganda e della mobilitazione, divenuta poi davvero totalizzante dopo la disfatta di Caporetto.

Le modalità della protesta, e della sua repressione, sperimentate negli anni del conflitto non sarebbero tuttavia rimaste senza conseguenze nell’immediato dopoguerra, quando gli scioperi nell’agricoltura così come nell’industria tornarono a salire a livelli superiori a quelli prebellici: nel 1919, 208 furono quelli nell’agricoltura, 1.663 quelli nell’industria (divenuti 1.881 nel 1920, l’anno dell’occupazione delle fabbriche). Ed ecco qui riproporsi quel filo invisibile che unisce il 1914 al 1920, impedendo di valutare la vicenda della protesta durante la Grande Guerra come una semplice parentesi nella storia nazionale. La guerra, semmai, aveva fornito nuovi elementi: a chi protestava (nuovi linguaggi, nuovi attori, e soprattutto attrici, nuovi strumenti) così come a chi reprimeva (strumenti di mobilitazione e di repressione, di controllo e occupazione degli spazi pubblici, esperimenti di stampo corporativo). La mobilitazione civile imposta dall’emergenza bellica aveva messo in luce le straordinarie potenzialità di controllo sulla popolazione che un ben organizzato sistema fatto di controlli e restrizioni, ma anche di propaganda ed assistenza, poteva garantire. Potenzialità che, lo si intuiva, non sarebbero rimaste confinate alla stretta contingenza, ma si sarebbero trasferite anche al tempo di pace, come la drammatica degenerazione della crisi post-bellica avrebbe di lì a poco dimostrato.

Una esperienza di protesta ancora tipica, nel 1914, di una società di ancien regime, appariva nel 1919 una esperienza del tutto rinnovata; la guerra, dunque, ancora una volta, come occasione senza precedenti di “modernizzazione” della società e dei suoi protagonisti. Ma una esperienza in qualche modo accelerata, forzata, distorta o quanto meno mediata dai tempi e dalle dinamiche di una esperienza distruttrice ed annientatrice. Con tutte le conseguenze laceranti che ne potevano derivare in termini di fratture geografiche, economiche, sociali.

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