Il 28 settembre del 1914 esce sulla «Voce», a firma di Giuseppe Prezzolini, un articolo intitolato La guerra tradita: il governo sembra orientato alla neutralità; sulle ragioni dell’intervento prevalgono i mercanteggiamenti, i compromessi e le ipocrisie dell’Italia giolittiana. «Il tempo di un atto eroico – scrive Prezzolini – è passato».

Un mese prima, il 28 agosto, Prezzolini aveva esortato all’intervento in un altro articolo – Facciamo la guerra – nel quale la partecipazione al conflitto era auspicata come l’occasione per l’Italia di compiersi come nazione, moralmente prima ancora che sul territorio, con l’autonomia che le era mancata nel Risorgimento, quando l’unità era stata raggiunta solo con il sostegno o il benestare delle potenze europee. Ora «si tratta di sapere se siamo una nazione» – concludeva – e per questo era necessario combattere.

Nel dibattito su neutralità o intervento, la tesi della guerra come compimento del Risorgimento era diffusa. Nella «Voce», o quanto meno in Prezzolini e in altri collaboratori della rivista, agivano per essa influssi eterogenei come quelli del nazionalismo e dell’idealismo crociano. E non meno diffuso era il sentimento che Prezzolini esprimeva mentre argomentava sul terreno storico e politico, e cioè che la guerra potesse essere per la sua generazione quell’occasione di realizzarsi che nessuna rivoluzione aveva portato: «Salute al nuovo mondo! Ci darà la guerra quello che molti delle nostre generazioni hanno atteso da una rivoluzione?».
Dietro questa apologia della guerra si scorge allora un presupposto: pensare al conflitto come al compimento della vicenda risorgimentale e come alla realizzazione delle speranze o dei timori di una generazione significa pensare che esso potrà essere interpretato secondo le categorie di pensiero a cui si legavano la storia, le speranze e i timori di prima. La risposta della guerra, quale che fosse stata, non avrebbe costretto a ripensare quelle categorie e, con esse, tutte le domande e la visione di sé nella storia di una generazione di uomini. È un presupposto che, in forme diverse, avvicina numerosi interventisti e neutralisti. Quando l’intervento italiano è ormai prossimo, Giuseppe De Robertis, neutralista, scrive che la guerra «sarà un intervallo nella nostra vita. E torneremo da capo: dove siamo rimasti oggi. Che i fatti dello spirito non muteranno, per questa lotta di sangue. […] I valori spirituali rimarranno gli stessi» (La realtà e la sua ombra, «La Voce», VII-11, 15 maggio 1915). Né lui né Prezzolini, né forse nessun altro, immaginavano la profondità della trasformazione che la Grande guerra avrebbe segnato nell’identità europea.

Nel 1936, in un saggio su esperienza e narrazione, Walter Benjamin avrebbe scritto invece che «non solo l’immagine del mondo esterno, ma anche quella del mondo morale ha subito da un giorno all’altro trasformazioni che non avremmo mai ritenuto possibili». La Grande guerra aveva spazzato via tutto: «mai esperienze furono più radicalmente smentite di quelle strategiche dalla guerra di posizione, di quelle economiche dall’inflazione, di quelle fisiche dalla guerra dei materiali, di quelle morali dai detentori del potere. Una generazione che era ancora andata a scuola col tram a cavalli si trovava, sotto il cielo aperto, in un paesaggio in cui nulla era rimasto immutato fuorché le nuvole, e sotto di esse, in un campo magnetico di correnti ed esplosioni micidiali, il minuto e fragile corpo dell’uomo» (Il narratore).

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