Durante l’età moderna gli stati europei costruirono imperi coloniali d’oltremare, a cominciare dalle esplorazioni geografiche del XV-XVI secolo. Fu tuttavia al momento dalla disgregazione di tali imperi coloniali nel versante atlantico (Rivoluzione americana, rivoluzione haitiana, rivoluzioni iberiche, ecc.) che si impose una nuova forma di imperialismo caratterizzata da pratiche di conquista sempre più sistematiche e aggressive dirette, questa volta, prevalentemente verso l’Africa e l’Asia sud orientale. Nella seconda metà dell’Ottocento le potenze occidentali portarono avanti una politica espansiva che prevedeva la spartizione del controllo militare, economico e politico di gran parte del mondo non occidentale. Si aprì così l’“età dell’imperialismo” segnata, in una prima fase, dalla competizione per la conquista dell’Africa: nel 1880 quasi il 90% del continente africano era controllato dalle nazioni europee. Al tempo stesso la colonizzazione europea si estendeva anche nel continente asiatico attraverso forme di dominio diretto del territorio o di più indiretta ingerenza, in particolare da parte dell’Impero britannico e della Francia.

Le disuguaglianze e i conflitti insiti nell’imperialismo mettevano in crisi quel nesso tra diritto internazionale e principi di sovranità nazionale. Tale crisi avrebbe trovato nella Grande Guerra una drammatica espressione. Le motivazioni alla base dell’imperialismo furono diverse e diedero vita a varie interpretazioni, già dai primi anni del Novecento. La spiegazione economica, basata sulla sovra-accumulazione di capitali all’interno delle nazioni occidentali e la ricerca di sbocchi esterni di investimento, fu a lungo quella prevalente nelle riflessioni di economisti liberali quali J. A. Hobson (1902) e di teorici marxisti quali R. Hilferding (1910) e R. Luxemburg (1913). Fu poi Lenin, nella sua celebre opera L’imperialismo, fase suprema del capitalismo (1917), a individuare nel primo conflitto mondiale l’apice della “guerra imperialista”, frutto delle contraddizioni del capitalismo destinato a crollare. La teoria dell’imperialismo leniniana doveva divenire il caposaldo della visione del capitalismo fatta propria dal movimento comunista fino agli anni Ottanta del XX secolo.

Nuove interpretazioni, sempre più attente alle implicazioni politiche del fenomeno dell’imperialismo, si svilupparono proprio a seguito dei due conflitti mondiali, ma ebbero una decisiva svolta con l’avvio dei processi di decolonizzazione, allorché la critica all’imperialismo si incentrò soprattutto sugli aspetti culturali e le costruzioni ideologiche basate su una presunta superiorità dell’Occidente. E’ in particolare ai contributi di Edward Said dalla fine degli anni Settanta che si deve la distinzione concettuale tra imperialismo, come insieme di rappresentazioni e pratiche di dominio sviluppate dal centro delle élite metropolitane, distinto dal colonialismo quale dinamica tra occupanti e popolazioni locali nei contesti coloniali. Da questi presupposti si sono sviluppati, in tempi più recenti, gli studi post-colonial e i subaltern studies che si sono posti come sfida il superamento dell’ottica eurocentrica su cui si era fondato l’imperialismo come pure le sue interpretazioni.

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Scuola di Cittadinanza Europea