«Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senz’altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della patria». Così recita la motivazione per l’assegnazione della medaglia d’oro al Milite Ignoto tumulato, il 4 novembre del 1921, nell’edicola centrale del complesso del Vittoriano: l’Altare della Patria, inaugurato il 4 giugno del 1911 in piazza Venezia a Roma, quale monumento al primo re d’Italia,Vittorio Emanuele II (1820 – 1878).

Quel corpo anonimo – «il militis sine nomine corpus come più propriamente poteva incidersi sul suo tumulo, invece dello sgrammaticato motto prescelto», si ammonisce dalle pagine deIl Giornale d’Italia il 3 novembre ‘21 –viene inscritto, insieme a quelli della Vittoria, del Lavoro e della Patria, nel corpo marmoreo del più grande complesso architettonico urbano edificato dopo la guerra nella più diffusa campagna di nazionalizzazione della memoria della patria in armi.L’urna preparata per accogliere il soldato anonimo, infatti, sembra dover scolpire in eterno, anche in tempo di pace, la relazione e la continuità fatali tra la nazione in armi e il luogo della morte e della vittoria gloriosa: la trincea, già conca funeraria di ogni soldato della Grande Guerra, come scriverà Ungaretti ne I fiumi.

L’altare del Vittoriano diventa, così, un luogo definitivo per la storia di un’intera comunità a lutto, l’ultima tappa di un percorso iniziato nel maggio del 1915, per le migliaia di soldatipartiti e per le comunità che li hanno salutati, la più parte per sempre. Tra il 28 ottobre e il 3 novembre del 1921, la «tradotta della gloria», usata per la mobilitazione di uomini e risorse verso i diversi fronti della guerra, si rimette in moto per un ultimo funereo viaggio-rituale che da Aquileia porta a Roma la «sacra salma» di uno solo di quei molti partiti.

L’evento, seguito per intero e ricostruito nei dettagli dalla stampa nazionale,perfino ripreso dalle camere dei cinegiornali, rappresenta per la retorica nazional-patriottica del primo-dopoguerra italiano – il fascismo come movimento è già un fattore culturale radicato nelle maglie della società e delle istituzioni politiche – l’immagine stereotipata, il corpo marmoreo e il coagulo emotivo intorno al quale si viene fissando una particolare memoria della nazione. Una memoria che, dal momento esatto in cui si avvia la macchina del rituale popolare, con le centinaia di persone in ginocchio ai bordi della ferrovia, i cortei nelle stazioni, le corone di fiori e le dimostrazioni militari, è destinata poi a fissarsi nel marmo immobile del Vittoriano. Questo dispositivo monumentale con la sua imponenza estetica e la sua funzione conservativa diventa il veicolo di elaborazione definitiva del lutto, in modo che non si lasci spazio alle opposizioni sociali e alle rivendicazioni politiche in conseguenza delle promesse mancate dopo la catastrofe collettiva, e neppure alla rabbia e al dolore per le perdite private.

Se la guerra è finita ormai da due anni, la necessità di ricostruire un Paese distrutto e impoverito dalle spese di guerra, mancante di una intera generazione di uomini in età da lavoro, è invece ancora forte, come lo è la preoccupazione di contenere il dissenso sociale, la disillusione politica che di quella guerra sono gli effetti montantida ogni voce dell’opinione pubblica massificata. I casi della Francia e della Gran Bretagna, dove il soldato anonimo è stato tumulato già nel ’20 rispettivamente sotto l’Arc de Triomphe di Parigi e nel pavimento dell’Abbazia di Westminster a Londra, sembrano, in questo senso, delle pallide espressioni della logica di nazionalizzazione delle masse che in Italia assume il Milite Ignoto come primo campo-corpo di prova di una ben più radicale operazione di costruzione del mito nazionale. La mobilitazione rituale di uno qualunque nella moltitudine dei caduti al fine di consolare l’intera moltitudine dei vivi, è un’esigenza politica più forte nella penisola italiana che nel resto dei Paesi europei usciti dalla guerra, per la sua storia nazionale più fragile e meno metabolizzata.

Con larga influenza delle diffuse retoriche militariste e nazionaliste propagandate dai Fasci di Benito Mussolini, al cadavere del Milite Ignoto viene attribuito il compito di legare il destino delle migliaia di soldati a quello della comunità nazionale in lutto, attraverso la sacralizzazione del sangue. Questa funziona su un doppio registro retorico: innanzitutto, quello della patrilinearità che lega i figli morti al Padre della Patria, Vittorio Emanuele II, di cui il Vittoriano è il monumento celebrativo. In secondo luogo, quello della matrilinearità che passa dal corpo mitico della madrepatria e dal suo «ventre fecondo» di figli-eroi di guerra. È in questo coagulo di biologia e retorica che il compito di scegliere la «salma sacra» del «degno figlio» destinato alla gloria è assegnato alla vedova Maria Bergamas, una delle tante madri«Madonna Addolorata dei dolori di tutte le donne d’Italia». Solo nel rispetto di questa linearità, il sangue versato di lui può, a sua volta, farsi simbolo e materia di gestazione per una discendenza di nuove leve che sappiano in futuro fecondare, nutrire e difendere ancora la Patria.

Il viaggio del treno funebre «per le vie dell’Italia vittoriosa» – vie che non attraversano il sud della penisola, ma segnano esclusivamente i territori coraggiosamente redenti della guerra guerreggiata – e il «Corteo della Nazione» per le vie di Roma fanno appello pubblico alle masse nel loro lutto privato – le madri e vedove, gli orfani, i decorati, i mutilati, i combattenti, gli studenti–perché partecipino alla prima messa in scena della ritualità estetica nazionale. L’Altare della Patria diventa il nuovo simbolo politico e monumentale della nazione al centro della capitale, dove la storia per secoli si è andata stratificando tra le insegne di piazza Venezia e i Fori della Roma imperiale. E nella tumulazione rituale, la vittima anonima diventa icona mitica della morte patriottica di massa, e quella che si vorrebbe tomba di consolazione del dolore, si fa invece monumento all’autocelebrazione del potere stesso e della sua autorappresentazione ad aeternum. La memoria storica della prima guerra mondiale, divorata e metabolizzata dall’appropriazione fascista, viene così definitivamente congelata e consegnata identica nei cento anni a venire, nel ripetersi della stessa sequenza di scene, nello sfilare analogo di cortei armati, nella deposizione ancora rituale di corone di fiori, e nella retoricità funebre di assonanti elogi al sacrificio e al sangue. Questa espressione coeva e reiterata del mito della Patria in armi, più che pacificare gli animi in lutto, più che conservare memoria del passato comune, congela nel freddo simbolismo marmoreo ogni spirito critico verso quell’evento catastrofico della storia collettiva coeva. E, tragicamente, di quella di là a venire.

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