Il 5 maggio 1915, sullo scoglio di Quarto, si inaugura il monumento a Garibaldi e ai Mille. La guerra europea dura ormai da nove mesi e l’Italia si prepara a prendervi parte: il 26 aprile, per volontà di Vittorio Emanuele III, Antonio Salandra e Sidney Sonnino, è stato sottoscritto a Londra il Patto che impegna la nazione a entrare in guerra a fianco della Triplice Intesa. La società italiana, che non sa del Patto, è però divisa fra intervento e neutralità. Di sotto la mole della statua dello scultore Eugenio Baroni, D’Annunzio pronuncia la sua Orazione per la Sagra dei Mille ed esorta i genovesi e tutti gli italiani a scegliere la guerra.

La memoria dei Mille, viva per l’occasione e per la recente partecipazione dei volontari della Legione Garibaldina agli scontri sulle Argonne, offre a D’Annunzio il tema dell’intervento come seguito ed esito del Risorgimento. D’Annunzio lo raccoglie e lo solleva a invocazione all’unità della nazione – «Italiani d’ogni generazione e d’ogni confessione, nati dell’unica madre, gente nostra, sangue nostro, fratelli» –, contro le divisioni della politica di età giolittiana e al di sopra delle contrapposizioni sociali. Il nazionalismo, che da anni Enrico Corradini predicava come rimedio al conflitto di classe sul quale cresceva il socialismo, si veste di una retorica dell’unità che trova nel corpo del soldato il simbolo del corpo indiviso della nazione. Non diversamente Rupert Brooke, nei primi versi di The Soldier, del 1914, aveva cantato la tomba dove giace il corpo del soldato inglese come un angolo di Inghilterra e quel corpo come «un corpo d’Inghilterra, che respirava l’aria d’Inghilterra» (v. 7). Nelle forme e misure tradizionali dei suoi War Sonnets, la morte del soldato è sacrificio che redime dalla vergogna di prima della guerra e rende ai vivi un’eredità sacra e gloriosa: non fine, ma resurrezione. Le retoriche belliciste modulano variamente il tema della morte come premessa di un rinnovamento. Giovanni Papini, riecheggiando la guerra «sola igiene del mondo» del marinettiano Manifesto del Futurismo, aveva esaltato su «Lacerba», nell’ottobre del 1914, le possibilità creative offerte dalle distruzioni della guerra (Amiamo la guerra). E perfino Isaac Rosenberg, prima di conoscere il fronte occidentale e diventare il poeta di Break of Day in the Trenches (1916), aveva scritto: «O antica piaga purpurea! / Corrodi, consuma. / Ridai a questo universo / la sua prima fioritura» (On Receiving News of the War, 1914, vv. 17-20).
D’Annunzio, nella più alata tradizione alla quale anche Brooke apparteneva, sceglie subito il simbolismo religioso e affolla l’orazione di martiri, profeti, ed eroi che per la morte risorgono a vita eterna, evocando l’immagine di una nazione che nel fuoco della guerra potrà rigenerarsi e assurgere all’eternità della gloria. E nella chiusa, luogo più di tutti deputato al pathos del discorso, si spinge a riusare il discorso della montagna di Cristo in chiave bellicista: «Beati i giovani che sono affamati e assetati di gloria, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché avranno da tergere un sangue splendente, da bendare un raggiante dolore».

Il discorso dannunziano appare così come un saggio di quella mistica della nazione che, risalendo dall’Ottocento fino agli anni tra le due guerre, si sarebbe alimentata del culto dei caduti e avrebbe sostenuto l’ascesa del nazionalsocialismo in Germania e del fascismo in Italia. Ancora, nella sua mescolanza di linguaggio religioso, echi classici greci o romani e nicianesimo per le masse e inoltre nei modi della sua actio, con la posizione sopraelevata dell’oratore, da Quarto a Fiume a Palazzo Venezia, e le sollecitazioni alla folla perché risponda consensualmente acclamando, esso prefigura alcuni tratti della retorica mussoliniana. Demistificate da altra letteratura nata dall’esperienza della guerra e dalle pulsioni antiretoriche e antitradizionaliste che da anni agivano nelle letterature europee, le retoriche nazionaliste continueranno così a radicarsi, ancora dopo la guerra, nel discorso politico dei totalitarismi.

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