Le condizioni e i motivi che sono alla base del sorgere e del proliferare di partiti e movimenti populisti nell’area europea (e non solo) sono molteplici e sono stati variamente analizzati dalla letteratura sociologica e politologica nel corso degli ultimi vent’anni almeno. Su un punto gli studiosi hanno trovato convergenza, se pure all’interno di teorie, spiegazioni e formulazioni diverse e a volte distanti: la crisi che ha investito le democrazie occidentali, manifestatasi a vari livelli, da quello economico, a quello culturale, a quello più specificamente politico. Alcuni a riguardo, hanno parlato di crisi della modernità, altri hanno elaborato l’idea di una terza modernità contrapposta al concetto di postmodernità, una fase in cui “le conseguenze della modernità” si fanno sempre più universali e radicali.

Il dato certo e incontrovertibile è che le formazioni populiste cominciano a nascere agli inizi degli anni ’70 in vari paesi europei (la Francia in questo è antesignana con la nascita del FN di Le Pen nel 1972) e si sviluppano a macchia d’olio, costruendo una mappa crescente, sulla base di alcuni elementi: la crescita del fenomeno migratorio con un aumento che ha un primo picco nel 1970 soprattutto in alcuni paesi; l’emergere dei primi segnali di crisi nel corso degli anni ’80; il processo di costruzione dell’Unione europea che, a partire dai primi anni ’90, pone in primo piano il problema della sovranità  non più riferibile ai singoli Stati, ma ad un soggetto sovranazionale che in qualche modo li trascende, privandoli di un attributo prezioso, legato alle nazioni, alla loro nascita ed alla loro affermazione; il processo di globalizzazione crescente con il primato delle logiche economico-finanziarie ed il predominio del mercato cui tutto  viene subordinato, in una dimensione in cui vengono a disperdersi le specificità, le autonomie, le culture ed i profili dei singoli paesi.  Da ultimo, e non meno importante, vi è la crisi di legittimità e di consenso che si manifesta sempre più verso le “élite” di governo ed in generale verso la classe politica, percepita come non più in grado di garantire una adeguata rappresentanza politica ma piuttosto volta ad accentuare la distanza fra governanti e governati e come rinserrata nella propria cittadella.

A questo si aggiungono la sparizione dei partiti comunisti, e l’indebolimento dei partiti di ispirazione socialdemocratica, la mutazione della forma storica del partito di massa che diventa “pigliatutto”, senza più un solido apparato e un radicamento nel territorio. Lo scenario europeo insomma è mutato profondamente e le democrazie sembrano percorrere una parabola discendente, svuotate dei presupposti e delle promesse sui quali erano nate.  In tutto ciò trovano terreno favorevole i partiti e i movimenti populisti che cominciano a svilupparsi in vario modo: o sorgono autonomamente (dunque non da formazioni precedenti), o da partiti o gruppi della destra estrema, attraverso un processo di unificazione-filiazione che dà vita ad un partito di tipo nuovo nella forma populista. Il caso della Francia è a riguardo emblematico, ma anche quello del Belgio, della Carinzia e di altri paesi.

Nella fase attuale il sorgere e l’affermarsi massiccio di partiti populisti in alcuni paesi nordici, come l’Olanda, la Danimarca, la Svezia, la Finlandia, pone un problema di ridefinizione e di riflessione rispetto alle teorie “classiche” sulle cause del populismo o dei populismi. Infatti le democrazie nordiche sono sicuramente meno toccate dalla crisi ed hanno ancora un sistema di welfare radicato ed efficiente; quindi il fattore “crisi” e il forte disagio economico non sono sufficienti a spiegare l’emergere di formazioni populiste. Dobbiamo pertanto distinguere fra fenomeni molteplici e simili per molti versi e saperne cogliere le specificità e le evoluzioni.

In questo senso il populismo attuale e i partiti che ne sono espressione si possono considerare come forme di populismo patrimoniale, un populismo volto alla difesa di beni che si posseggono e non si vogliono perdere (non già perduti): beni materiali (livello di vita, privilegi, centralità) e beni simbolici in qualche modo ai primi connessi (identità, appartenenza culturale, culto per l’Heimat, intesa come luogo o territorio di appartenenza, il paese d’origine, i suoi riti, le sue tradizioni). Il caso della Lega o di altri partiti populisti su base etno-regionalista sono esempi emblematici.

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Scuola di Cittadinanza Europea