Quando si pensa al momento dell’intervento italiano nella prima guerra mondiale, la memoria riporta quasi immediatamente al noto passaggio del Piave da parte «dei primi fanti il ventiquattro maggio». Correva l’anno 1915.

In realtà, quell’attraversamento da parte dell’esercito in divisa regia, non è davvero il primo che si possa definire italiano, né sul piano militare né su quello politico, dentro il terreno internazionale del conflitto.

Per alcune migliaia di italiani la guerra è, infatti, già iniziata nell’estate del ’14, nelle fila del multinazionale esercito austro-ungarico, irreggimentati nei reparti mandati, fin dalla prima ora feroce di guerra, al macello sul fronte orientale. È un’«accozzaglia di adriatici», con croati e sloveni, di cui si teme il tradimento e la diserzione e che si tiene d’occhio, o meglio si schiera come “carne da cannone”, con il disprezzo riservato a quelli che la propaganda definisce «nemici interni».

Italiani austriaci, dunque, trentini e triestini in gran maggioranza, che vivono il conflitto prima di tutto sul proprio corpo, con la propria coscienza e il proprio sentimento nazionale. Infatti, lo scontento diffuso per le condizioni di sudditanza delle minoranze dell’Impero e l’adesione linguistica e culturale alla vicina Italia, spingono volontari e irredentisti di ogni colore politico, ad attraversare le Alpi e diventare italiani a tutti gli effetti, ovvero, in tempo di guerra, a mezzo della divisa militare.

Quel passaggio del confine è, allo stesso tempo, un passaggio d’identità. Costoro saranno così, tutti geograficamente «soldati d’Alpe», come auspica un profondo conoscitore del finis Austriae, Cesare Battisti, patriota della montagna e irredentista della topografia d’alta quota, infuocando gli italiani di città con discorsi a favore dell’intervento a fianco dell’Intesa, contro il nemico austriaco e per il completamento dell’ultima guerra risorgimentale. Quel maggio del ’15, la lotta per i territori irredenti diTrento e Trieste e per l’integrazione dell’estremo confine “naturale” della patria italiana, per Cesare Battisti e per molti altri come lui, entrati in Italia dalla «porticina piccola, piccola» del Trentino, è già in corso da un anno ed è imperativamente, nei discorsi del geografo interventista, Ora o mai.

Contro la «neutralità sfruttatrice» e attendista di Giolitti, infatti, contro la politica degli accordi segreti tra le diplomazie italiana e austriaca, e di fronte alle promesse «segretissime» di concessioni territoriali da parte della Gran Bretagna, poi sottoscritte nel «Patto di Londra» (26 aprile 1915), Battisti, ex-deputato trentino al Parlamento di Vienna, socialista internazionalista eppure irredentista convinto, proclama la necessità di questa g
uerra liberatrice per le nazionalità oppresse.

Mazziniano e austro-marxista fuoriuscito, Battisti si fa promotore della liberazione delle minoranze dal giogo di un impero in via di disintegrazione; dall’estate del ’15 combatte negli alpini, portando addosso lo stigma del «senza patria», dell’«alto traditore», della spia.

È, in effetti, nel punto di contatto tra Austria e Italia, che ogni italiano combatte innanzitutto una strenua e dolorosa battaglialiminare tra patriottismo e sovversivismo, tra coscienza personale e sentimento collettivo di appartenenza, e per il futuro, tra mitizzazione nazionale e damnatio memoriae. Al di qua e al di là di quella linea-fronte del conflitto, questi italiani “sbagliati”, iconizzati nella figura da cartolina propagandistica del Battisti catturato, processato e impiccato per «alto tradimento e frode» dalla ex-patria austriaca (12 luglio 1916), testimonianofisicamente il labile confine tra sentimento nazionale e nazionalismo radicale.

Così, in risposta all’imperativo categorico irredentista per un’Austria delenda, Battisti e tutti gli italiani austriaci, volontari e non, vengono additati come pietre di scandalo nazionale di entrambi i Paesi, dal primo “vero” anno di guerra e ben oltre la firma posta a Versailles sul finis Austriae disintegrato. Pietre che nella storia dell’Italia a venire, nella costruzione della retorica militarista fascista dell’ex-compagno socialista Mussolini, sono insieme pietre da lapide e pietre di lapidazione. Da un lato, cioè, nutrono il mito paternalistico delle origini fasciste nell’irredentismo battistiano; dall’altro, subiscono l’oblio e l’anonimato di caduti «senza patria» su un fronte dimenticato dal racconto della recente storia nazionale.

«Fra l’uomo e l’umanità c’è un anello di congiunzione che non si può spezzare, né dimenticare: ed è la patria, è la nazione», dichiarava Battisti. Ma la forca prima, «suprema maestà dell’Austria» in declino, e il mausoleo poi, estrema pietrificazione dell’Italia nella sua storia recente, hanno operato per tutto il Novecento a scardinare ogni lembo di quella congiunzione dell’uomo alla sua umanità.

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