Agosto 1916, Ungaretti: «La morte / si sconta / vivendo» (Sono una creatura, vv. 12-14). Rebora, l’anno prima: «C’è un corpo in poltiglia / con crespe di faccia, affiorante / sul lezzo dell’aria sbranata» (Voce di vedetta morta, vv. 1-3). La poesia e la prosa di guerra non potevano che essere la trascrizione di una ininterrotta consuetudine con la morte e da questa consuetudine con la morte non poteva che nascere insensibilità: il pianto di Ungaretti che «non si vede» ed è come la pietra «del San Michele / così fredda /
così dura /
così prosciugata
/ così refrattaria
/ così totalmente /
disanimata» (Sono una creatura, vv. 11 e 2-8); Rebora che dice «Forsennato non piango: / affar di chi può, e del fango» (Voce di vedetta morta, vv. 5-6); Wilfred Owen che sul fronte occidentale chiama «Felici coloro che prima di essere uccisi / Sentono il sangue freddo nelle vene. / Cui nessuna compassione irride / O indolenzisce i piedi / Sui sentieri lastricati dei loro fratelli» (Insensibility, 1917-1918, vv. 1-5); Paul Bäumer, protagonista e narratore di Niente di nuovo sul fronte occidentale (1929), che descrive la vita del fante come «un ininterrotto vigilare contro la minaccia della morte» e spiega: «Questa vita ci ha ridotti ad animali appena pensanti, per darci l’arma dell’istinto». Nel fango delle trincee come sotto il fuoco dei bombardamenti, ciò che non è istinto pregiudica la sopravvivenza: «Se fossimo più evoluti, da un pezzo saremmo pazzi, o disertori, o morti».

L’esperienza della guerra è un processo di disumanizzazione. È vero che alcuni combattenti vollero vedere nella guerra una rivelazione: Ernst Jünger, prima di esporre la terribilità del conflitto e la sua modernità tecnologica di guerra «impregnata nel suo insieme dello stesso spirito che crea la macchina» (Fuoco e movimento, 1930), rivendica per essa l’emozione ancora epica della «nuda lotta per la vita e la morte» (La mobilitazione totale, 1930); ed Ernst Wurche, il Wandervogelprotagonista del Viandante fra i due mondi (1916) di Walter Flex, vi scorge il dominio in cui l’umanità si svelerebbe nei suoi estremi di nobiltà e miseria: «Pochi possono immaginare quanti veli abbiamo visto cadere quaggiù. Pochi come noi hanno visto tanta infamia, viltà, debolezza, egoismo e vanità, pochi come noi hanno visto tanto valore e tanta silenziosa nobiltà d’animo. […] A noi la vita ha concesso più che ad altri». Nondimeno, il sentimento prevalente tra coloro che combatterono fu di perdita della propria umanità, prima ancora che della vita, tanto che il rifiuto della propria condizione di soldati poteva equivalere a una rivendicazione della propria umanità: «“Noi non siamo soldati, noi siamo uomini”, dice il grosso Lamuse» nel Fuoco (1916) di Henri Barbusse. Il cameratismo che unì e sostenne questi uomini doppiamente minacciati nel loro essere – vita e umanità – si comprende meno come spirito di corpo – rinuncia alla propria individualità per la collettività del reggimento o dell’esercito – che come condivisione di esperienza e ribellione, più spesso latente ma talvolta anche espressa, contro il sistema e le gerarchie che presiedevano alla disumanizzazione del soldato. Non per caso Bäumer scorge la nascita di questo sentimento, in se stesso e nei propri compagni, nella comune avversione contro Himmelstoss, il meschino e crudele ufficiale incaricato del loro addestramento, e ne vede la maturazione nell’esperienza del fronte.

Anche così la realtà della guerra fu una smentita per tutti coloro che in essa avevano sperato di trovare una via di «fuga dal moderno» – per usare le parole di Eric J. Leed (Terra di nessuno, 1979) –, verso una vita e una società più autentiche. La guerra, prima di togliere la vita, distruggeva l’umanità del soldato anche in quanto lo riduceva a «proletario in uniforme» (Leed), vittima alienata di un sistema che lo assoggettava a se stesso senza mostrare un senso o una razionalità condivisibili, fungibile ingranaggio di un industrialismo militarizzato e di massa che si rivelò come il volto disumano del moderno.

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