La furiosa lotta politica tra fautori dell’intervento e della neutralità apertasi in Italia nell’agosto 1914 si giocò senza esclusione di colpi, anche all’interno della cultura economica, la quale non rimase certo estranea allo schieramento della “cultura in armi” che vide gran parte del mondo intellettuale italiano infuocato da un acceso nazionalismo interventista, in un paese “mobilitato nello spirito” sebbene non ancora nell’esercito.

Non di rado, anzi, quella del nazionalismo economico fu una delle voci che fornì i temi e i toni più violenti alla fronda interventista, al grido di “fuori i barbari dall’Italia” e di “puniamo i traditori neutralisti”.

Se, da una parte, la stampa italiana – a partire dal gruppo facente capo a Luigi Albertini, ma anche (e soprattutto) “L’illustrazione italiana”, per non parlare dei fogli nazionalisti – costruiva e alimentava un’ondata di sdegno antitedesco propugnante l’abbandono dell’antica alleanza e lo schieramento con l’Intesa (“La Domenica del Corriere” e “L’Illustrazione Italiana” mostravano agli italiani gli orrori perpetrati dalla violenza tedesca in Belgio e l’eroica resistenza del piccolo paese), il nazionalismo economico faceva la sua parte, portando avanti sulle riviste di settore e in pubblicazioni specialistiche la propria personale battaglia interventista e antitedesca.
“Le nostre terre irredente non stanno soltanto nel Trentino e nell’Istria e lungo la costa dalmata, ma qui in casa. Nel trattato di pace non si parlerà che di quelle: ma la guerra deve averci procurato pure la conquista delle terre irredente nel Fronte Interno. La Banca Commerciale deve essere italiana, e questo risultato va ottenuto ‘con le buone’ o ‘con le cattive’ per fas aut nefas” (M. Pantaleoni, Introduzione a G. Preziosi, La Germania alla conquista dell’Italia, 1916).

La riflessione di Maffeo Pantaleoni sulle “terre irredente del fronte interno” spiega meglio di tante parole quella particolare forma di interventismo che fu il nazionalismo economico nell’anno della neutralità italiana. Ma quella di Pantaleoni non fu certamente una voce isolata. Furono molti gli economisti che, sebbene per molti aspetti lontani dai temi e dai toni di Pantaleoni, si unirono alla retorica nazionalista. Basti pensare, tra gli altri, ad alcuni interventi di Ghino Valenti (La guerra e l’economia nazionale dell’Italia, 1915) e Filippo Carli (Le basi economiche della guerra, 1914; La ricchezza e la guerra, 1915).

Furono, del resto, le stesse esigenze oggettive della mobilitazione bellica a dare man forte ai sostenitori della difesa della “produzione nazionale” e della “nazionalizzazione” delle risorse interne. Da qui, non di rado, breve era il passo che portava all’affossamento di quelle teorie liberiste peraltro già messe in minoranza all’interno del paese dall’indirizzo protezionista che i governi di fine secolo avevano inaugurato, con le tariffe del 1878 e, soprattutto, del 1887.

La causa protezionista, legata a doppio filo a quella nazionalista, finì insomma per ricevere manforte dalla contingenza storica che il mondo stava vivendo, e in cui – come avrebbe affermato Gino Borgatta – “più vivo e geloso [era] il sentimento di egoismo patriottico, l’ammirazione esclusivista per ciò che è nazionale, che appartiene alla nazione, che dipende dalla nazione”, fino ad identificare gli appelli alla nazionalizzazione economica quasi come “corollari” del “vero patriota” (Che cos’è e cosa costa il protezionismo in Italia. Manualetto antiprotezionista, 1914).

Di fronte al conflitto, la scienza economica avvertì con urgenza la necessità di un ritorno alla realtà, alla pratica, contro astratte elaborazioni teoriche che poco reggevano al confronto con la contingenza bellica. La guerra, insomma, avrebbe contribuito a colmare quel gap denunciato da Lorenzo Allievi nel suo articolo La guerra e le marionette economiche, quel “distacco profondo, un fosso addirittura fra la realtà economica e la dottrina economica”.

Tutto improntato a questo “ritorno alla realtà” era il saggio di Mario Alberti suL’economia del mondo prima durante e dopo la guerra. Lui che, convinto sostenitore delle teorie liberiste, non esitò a metterle da parte quando la passione irredentista (triestino, sentì più di altri fin da subito il richiamo della patria) e la contingenza bellica non lo convinsero dell’impossibilità di difendere quel liberismo doganale “che è vero e giusto solo in economia pura”. Non certo di fronte ad una guerra che aveva distrutto l’“economia mondiale” a favore di un ritorno all’“economia nazionale”. Ed economia nazionale significava produzione interna; e produzione interna significava necessariamente abbandonare almeno momentaneamente le teorie liberiste fondate sulla “astratta economia pura” per tornare ad un protezionismo, seppur attenuato e sfumato.

Derivate da (anche comprensibili) esigenze di mobilitazione bellica, le teorie del nazionalismo economico avrebbero tuttavia stentato a rientrare nel piano di smobilitazione post-bellica, finendo spesso per divenire parte – dopo la parentesi liberista destefaniana – della retorica e dei programmi economici fascisti e, in alcuni casi, rimanendo eredità anche del secondo dopoguerra.

Per approfondire, guarda l’intervista a Gian Enrico Rusconi:

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