Le denunce di presunte irregolarità nelle procedure di voto da parte di Donald Trump sono solo l’ultimo atto della cosiddetta “politica della post-verità”. Paradossalmente, nell’epoca dei big data e dell’abbondanza informativa, sembra che qualsiasi informazione senza alcun fondamento fattuale possa diventare parte della conoscenza comune.

Cosa si intende per politica della post-verità, o più in generale per società post-fattuale? Si tratta della tendenza della società contemporanea ad accettare come vere informazioni (politiche e non) senza alcuna base reale. Ma, per dirla con W.I. Thomas, se gli uomini definiscono reali determinate situazioni, esse sono reali nelle loro conseguenze. Perciò la definizione sociale di ciò che è “vero” è tanto rilevante.

L’abbiamo visto con il referendum di giugno sulla Brexit, in cui la diffusione di numeri falsi circa le sterline pagate dal paese all’Unione europea e sulla possibilità di spendere la medesima cifra in sanità ha, se non influenzato l’esito, condizionato il dibattito pubblico. E lo vediamo quotidianamente, con la diffusione delle cosiddette “bufale” online, notizie false che però circolano diventando parte del bagaglio di conoscenza dei cittadini.

Tutto ciò ha a che fare con la crisi delle istituzioni che producono, o meglio producevano, verità. Il giornalismo, per esempio. In un’era in cui chiunque può creare e divulgare informazioni in rete, il ruolo sociale del giornalista come filtro, gatekeeper, dovrebbe configurarsi come estremamente rilevante. Al contrario, osserviamo come molte imprese mediali rispondano all’abbondanza informativa abbassando la qualità dei loro contributi, rincorrendo click con notizie non verificate: ne è un indicatore il fatto che il debunking di notizie false stia diventando un genere giornalistico a sé.

La scienza è un’altra istituzione affetta da questa crisi. Con l’aumento di dati e di informazioni, anche gli “esperti” o presunti tali proliferano, e con loro le interpretazioni. Complici le trasformazioni del giornalismo, qualsiasi esperimento condotto con qualsiasi metodo può diventare il titolo di testa di un articolo, con tutte le generalizzazioni del caso. La scienza è sempre meno neutrale e viene percepita come asservita a questo o quel “potere forte”. In questo contesto l’importanza del fatto va scemando, favorendo complottismi di ogni tipo.

Lo sviluppo e la diffusione di internet ha avuto un ruolo in questi processi. Il fatto che sempre più persone si informino tramite i social network, per esempio, dà luogo a fenomeni di “bolle informative”, per cui l’informazione che riceviamo è condizionata dai legami sociali, che spesso tendono ad avere visioni affini alle nostre. Ciò distorce la percezione di quello che c’è fuori dalla cerchia, favorendo l’impressione che la nostra idea sia più condivisa di quanto in realtà non lo sia. In più, la struttura stessa dell’informazione sui social network, in cui contenuti eterogenei sono incolonnati uno sotto l’altro nella home page, contribuisce ad assegnare la stessa rilevanza a ciò che è stato verificato e a ciò che non lo è.

È vero che, nel campo politico, è quasi senso comune affermare che i politici hanno sempre fatto leva su promesse irrealizzabili (quando non menzogne e falsità) per vincere la competizione elettorale (e per governare). Ma quella che si sta configurando è una grave perdita di fiducia non solo nella politica, ma anche nelle altre istituzioni sociali. Sono questi processi che permettono a Trump di insinuare il dubbio sul fatto che le elezioni siano truccate, e ai suoi sostenitori di credervi.

Ci avviamo dunque verso un’epoca di relativismo e scetticismo totali, in cui fatti, non-fatti e interpretazioni si fondono e ciascuno crede in ciò in cui vuole credere (o in ciò a cui credono i suoi amici)?

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