«Ve ne ricordate? Il 7 maggio, prima della guerra, due giorni dopo la sagra dei Mille in Quarto, quando ci armavamo per salvare la Francia e il mondo, quando fissavamo le nostre mete ultime e certo, io attestai come la Dalmazia appartenesse all’Italia “per diritto divino e umano”: per la grazia di Dio, il quale foggia le figure terrestri in tal modo che ciascuna stirpe vi riconosca scolpitamente la sorte sua; per la volontà dell’uomo che moltiplica la bellezza delle rive innalzandovi i monumenti delle sue glorie e intagliandoci i segni delle sue più ardue speranze.»

È martedì 14 gennaio 1919 a Milano. Sulla prima pagina de “Il Popolo d’Italia” di Benito Mussolini così si legge tra le colonne della lettera-invettiva che Gabriele D’Annunzio ha inviato per la Conferenza sulla questione di Fiume, tenutasi alla Scala. Organizzata dai Fasci dello stesso Mussolini e dalle associazioni di ex-combattenti e arditi, da varie Leghe e Comitati patriottici, e da correnti dei partiti presenti in Parlamento, questa contro-conferenza sfida apertamente le negoziazioni diplomatiche in corso tra il Governo di Vittorio Emanuele Orlando e il disegno europeo descritto dai Quattordici Punti del Presidente americano Woodrow Wilson, proprio in quei giorni in viaggio in Italia e di passaggio a Milano.

La Lettera ai Dalmati veicola la presenza spirituale di D’Annunzio tra i suoi legionari radunati a Milano, diventando, per toni e temi, il manifesto ufficiale dell’ultrannessionismo italiano: la prima dichiarazione pubblica del disprezzo esterofobo urlato e del nazionalismo aggressivo che risuoneranno nelle piazze d’Italia per il Ventennio a venire. Rievocando le orazioni di Quarto – dove già si era sentita forte l’appropriazione ultranazionalista dell’impresa risorgimentale e della tradizione garibaldina –, le esortazioni milanesi per la liberazione di Fiume dal gretto giogo diplomatico dei politici «mediocri e schiavi», propagano la voce del Vate-D’Annunzio tra le masse civili di scontenti e disillusi, quelle militari di smobilitati malamente o mai ricollocati nella società, tra i fanatici di destra e, ovviamente, i dannunziani della prima ora.

Mentre, a seguito del viaggio Europeo del Presidente Wilson, le trattative diplomatiche ufficiali e ufficiose, in vista degli accordi per la Conferenza di Pace (Versailles, giugno 1919), in Italia leader di Governo e assetti ministeriali cambiano e si mescolano come le correnti pro e contro l’annessione di Fiume. Il fronte interno per la continuazione della guerra, di fatto, non si è ancora smobilitato né lo farà mai. Dalla lettera di gennaio passano, infatti, solo pochi mesi prima che, alla testa di un corpo disomogeneo di ex-combattenti, arditi, volontari italiani e fiumani, il Comandante-D’Annunzio riesca a entrare a Fiume. È la notte tra l’11 e il 12 settembre 1919. La «marcia di Ronchi dei Legionari» è una spedizione militare a tutti gli effetti, applaudita dalla popolazione fiumana: prende il nome dalla cittadina di partenza, Ronchi, sulla quale si attesta il nuovo confine italiano dopo l’armistizio, e dalla “romanissima” definizione che si danno gli accoliti di D’Annunzio, iLegionari. È, in questo senso, che come prima marcia armata non ufficiale essa costituisce il primo esperimento delle pratiche di mobilitazione paramilitare delle masse e della loro familiarizzazione con uno stato irreggimentato in permanenza, come sarà quello fascista.

La Grande Guerra appena conclusa ma non ancora risolta e l’eco forte della retorica militare che dal dannunzianesimo interventista perdura ancora nella cultura delle masse non smobilitate permettono sul piano “eroico” a D’Annunzio diardire all’occupazione della città di Fiume, non legittimata dal Governo di Roma (i trattati, infatti, l’assegnano alla Croazia); e sul piano “politico” a Mussolini  di assediare l’opinione pubblica, servendosi degli strappi tra i vari ministri impopolari o dimissionari (Bissolati, Sonnino, Nitti), per procedere alla conquista del sostegno parlamentare. Una marcia che parte militarmente da Ronchi e già preme alle porte istituzionali di Roma.

Una linea di continuità belligerante e guerrafondaia, non soltanto quella ideologica tra D’Annunzio e Mussolini, ma anche e soprattutto quella culturale della nazionalizzazione delle masse, mette in comunicazione il tempo breve degli accordi di pace del primo dopoguerra e il disastro pronto a perpetrarsi di nuovo di lì a vent’anni tra le stesse terre e sugli stessi confini europei.

La notte di Natale del 1920, truppe regolari inviate da Roma assaltano la cittadina occupata – diventata Reggenza del Carnaro in agosto – per mantenere i patti stipulati con la Jugoslavia nel Trattato di Rapallo che ne fanno uno Stato (e un porto commerciale) libero. È il Natale di sangue del 1920: «il delitto consumato» della vecchia Italia che non crede nei suoi eroi ma nello straniero «arbitro definitivo», Woodrow Wilson, giudice solo «nel grande processo dal quale dovrà uscire ricostituita la nuova Europa» («L’Illustrazione italiana», Anno XLVI, N.2 – 12 Gennaio 1919). D’Annunzio si ritira e «Fiume è venduta». Ma la rappresentazione mediatica di quell’esperienza come di un «fratricidio» voluto dalla «delinquenza cinica» della politica parlamentare nella persona del capo di Governo, Giovanni Giolitti, genera e promuove uno strappo storico nel processo italiano di superamento collettivo del trauma post-bellico, lasciando insoluta la questione. È il 1921.

La ferita che si apre con Fiume non è quella della mutilazione territoriale irriducibile come la disegna sanguinosamente D’Annunzio. Essa è piuttosto lo squarcio nella coscienza politica degli italiani sopravvissuti alla guerra ma disorientati alla ripresa per l’impreparazione dei loro stessi rappresentanti politici.

Dal vuoto profondo di questa faglia sociale e politica già vengono avanti i legionari con la camicia nera diretti a Roma, ma la voce che fa loro eco è ancora quella delle orazioni di D’Annunzio da Quarto a Fiume. È già l’ottobre del 1922.

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