Rispetto alle distruzioni immani della Seconda guerra mondiale, i bombardamenti aerei sulle città della Prima guerra mondiale appaiono come poco di più che atti dimostrativi. Ma questo non toglie che, anche in questa dimensione, la Grande guerra inaugurò linee di tendenza destinate ad attraversare tutto il secolo successivo e a informare – più nascostamente, ma non per questo in modo marginale – anche il modo in cui la guerra è concepita e praticata ai giorni nostri.

Che cosa rivelarono infatti, e che cosa sembrarono avere insegnato, i primi bombardamenti aerei sulle città inglesi e, più tardi, su quelle tedesche, austriache e anche italiane – sommati ad altre manifestazioni delle potenzialità distruttive della tecnica, sia sul campo di battaglia sia al di fuori di esso, come il blocco navale contro gli imperi centrali?

Nel senso più immediato, l’avvento dell’arma aerea comportò uno sconfinamento della violenza oltre i limiti di quello che Clausewitz aveva potuto ancora rappresentare come il “centro di gravità” della guerra, la battaglia.

Proprio il rovesciamento dei rapporti tra campo di battaglia e retrovie fu individuata sin dal principio come la più “promettente” trasformazione resa possibile dalla nuova guerra industriale. Invece di dissanguare i rispettivi eserciti nelle battaglie senza fine della Grande Guerra, gli Stati Maggiori dei principali Stati europei cominciarono a immaginarsi le guerre future come guerre combattute e decise lontano dal fronte – e indirizzate, piuttosto, contro quello che venne non casualmente ridefinito “fronte interno”. I Comandi della Marina britannica trassero proprio questa lezione dall’esperienza della Prima guerra mondiale, in un documento presentato nel 1921 al Comitato della Difesa Imperiale:

Niente può essere più chiaro del fatto che la guerra moderna si risolve nel tentativo di strozzare la vita della nazione. Combattuta dall’intero potere della nazione, il suo obiettivo finale è mettere pressione sulla massa della popolazione nemica, procurando disagi con tutti i mezzi possibili, in modo da costringere il governo del nemico a sottoporsi alle nostre condizioni. 

Già quattro anni prima, conclusioni analoghe erano state suggerite dal memorandum Smuts che, sottoposto nell’agosto 1917 al governo britannico, avrebbe condotto di lì a poco alla creazione della prima Aviazione indipendente, la Royal Air Force:

Per quanto è oggi possibile prevedere, non c’è assolutamente alcun limite al futuro uso indipendente [dell’aviazione] in guerra. E non può essere lontano il giorno in cui le operazioni aeree, devastando terre nemiche e distruggendo su vasta scala centri industriali e popolosi, potranno diventare le operazioni più importanti di una guerra, rispetto alle quali le più vecchie forme di operazioni militari e navali potrebbero diventare secondarie e subordinate.

Questa idea che le capacità industriali e il morale del nemico dovessero diventare uno se non il principale obiettivo della guerra accomunò sia l’immaginazione letteraria sia la riflessione strategica degli anni venti.

Proprio da questa idea la Royal Air Force ricavò, con largo anticipo rispetto all’avvento di Hitler e, a maggior ragione, rispetto alla situazione disperata del 1940, la dottrina del Moral Bombing, il «bombardamento del morale».

Mentre la stessa conclusione fu ribadita tra le due guerre anche da molti dei principali teorici europei e americani del potere aereo, pur con una differenza significativa tra chi pose direttamente l’accento sul bombardamento contro i civili e chi sui «colli di bottiglia» dell’economia nemica – ma in un contesto nel quale la distinzione era resa concretamente problematica, se non impraticabile, dall’altissimo grado di imprecisione dei bombardieri.

Toccò proprio a un italiano, il generale Giulio Douhet, svelare e portare in fondo la logica terroristica implicita nella dottrina del bombardamento strategico. Nella sua opera pionieristica – Il dominio dell’aria – pubblicata all’indomani della guerra, nel 1921, all’aviazione venne assegnato esplicitamente il compito di trasformare la guerra in una catastrofe allo scopo di spingere le sue vittime a cercare scampo nella pace:

Un Paese reagisce contro l’imposizione nemica finché conserva energie morali da sostenere la sua volontà di reazione. Queste energie morali vengono a spezzarsi in seguito alla produzione di condizioni di fatto intollerabili che consiglino di piegare la propria volontà come il male minore. Occorre dunque produrre tali condizioni intollerabili per l’avversario… Il mezzo più rapido e più spiccio è quello di agire direttamente…contro le popolazioni disarmate delle città e contro i grandi centri industriali. Una popolazione che si senta colpita oggi come fu colpita ieri, e sa che domani potrà essere colpita come oggi, e non vede né come né quando ciò potrà finire, dopo un certo tempo, grida: Basta!

Contrariamente a ciò che suggerisce la tendenza maliziosa ma storicamente inconsistente a interpretarlo come un fenomeno millenaristico, associato ab origine all’entusiasmo ideologico o religioso, qui il terrorismo si rivela apparentato più alla tecnica che al fanatismo – e più alla sfera della ratio che a quella della passio.

In un senso in quanto, nell’elaborazione teorica e nella pianificazione strategica del potere aereo, dietro ilrovesciamento della geografia della guerra non stava un ampliamento dell’ostilità politica, bensì un puro e semplice «calcolo». La popolazione civile nemica non avrebbe dovuto essere colpita perché ritenuta più colpevole, o più ostile, o più estranea ma, tutto al contrario, proprio perché ritenuta meno preparata e risoluta e, quindi, più “malleabile”.

Nell’altro senso, il segreto di questo calcolo riposava su una promessa di efficienza, espressa nei termini “puramente tecnici” di un brutale confronto tra costi e benefici.

Da un lato, in quanto forma particolare della guerra psicologica, la minaccia e l’uso del terrore promettevano una sproporzione tra il risultato immediato delle azioni e le loro conseguenze psicologiche. Come aveva suggerito già nel novembre 1917 il primo comandante della RAF, Lord Trenchard, «l’effetto morale del bombardamento di città industriali può essere grande anche là dove l’effetto materiale sia trascurabile».

Dall’altro lato, una volta che la guerra industriale aveva fuso insieme combattenti e non combattenti, cominciò ad apparire legittimo «scambiare» la vita dei primi con quella dei secondi.

Questa fu e, per molti commentatori, resta ancora la giustificazione del bombardamento atomico su Hiroshima e Nagasaki: quello sterminio preordinato di civili, si disse, aveva «risparmiato» la vita di centinaia di migliaia di militari americani e giapponesi.

Ma la stessa promessa di risparmio era ciò che aveva già reso plausibile, all’indomani di cinque anni di Grande guerra, l’obiettivo dichiarato delle neonate teorie del potere aereo: quello di arrivare alla fine delle ostilità nel minor tempo possibile, anche a costo di colpire gli obiettivi civili prima ancora di quelli militari.

Come scrisse Giulio Douhet con l’esperienza ancora viva della guerra appena conclusa,

[…] nessuno, oggi, può pensare che una guerra terrestre possa risolversi in due mesi, mentre tutti possono trovarsi concordi nell’ammettere che poco importi trovarsi dinanzi o dietro la porta della propria casa quando il nemico ne incendi il tetto, ne faccia crollare le mura e ne avveleni quelli della propria famiglia… Certo i cimiteri si allargheranno, ma forse in proporzione minore di quella che fu necessaria per firmare la pace di Versailles.

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