I cinque anni di guerra furono paragonati da Antonio Gramsci a «cinque secoli di storia». Nel corso di questi anni aveva potuto commentare quasi quotidianamente i fatti che determinarono il tramonto di un ordine secolare, la crisi di culture antiche e radicate, lo sconvolgimento della vita intellettuale europea. Nato in Sardegna nel 1891 e giunto a Torino a vent’anni per iscriversi alla facoltà di Lettere e filosofia, aveva iniziato la sua attività di giornalista alla fine del 1915, a un anno di distanza dalla pubblicazione di un suo articolo a sostegno delle posizioni interventiste dell’allora direttore dell’“Avanti!” Benito Mussolini.

I suoi scritti pubblicati sulla stampa socialista (principalmente l’“Avanti!” e il settimanale “Il Grido del popolo”) si erano caratterizzati ben presto per una peculiare critica alla propaganda e all’operato dei sostenitori della guerra.

Seguendo l’azione degli interventisti, delle leghe d’azione antitedesche e dei tanti comitati patriottici, composti da grandi intellettuali come da sconosciuti professori e studenti, Gramsci, ormai ex studente di glottologia,ebbe modo di valutare il ruolo che via via stava assumendo la guerra delle idee. In Italia, la mobilitazione di noti intellettuali, scrittori e artisti come Gabriele D’Annunzio e Filippo Tommaso Marinetti, aveva contribuito a rendere egemone un movimento interventista per lungo tempo minoritario tra le forze politiche. A partire da questa esperienza, Gramsci avviò una riflessione sulla storia e sulla funzione degli intellettuali che resta uno degli aspetti più originali del suo pensiero.

Da attento osservatore della vita quotidiana volse lo sguardo verso le donne e gli uomini che vivevano lontano dal fronte e che lavoravano, a ritmi inauditi,nelle fabbriche di Torino, principale città industriale italiana e spettatrice nell’agosto del 1917 del più imponente moto popolare verificatosi nel periodo di guerra. Nei brevi e taglienti corsivi anonimi pubblicati nella rubrica quotidiana “Sotto la Mole” commentò i provvedimenti degli organi preposti alla censura e alla vigilanza interna, gli orientamenti dei giornali, i mutamenti del costume e del carattere dei torinesi e degli italiani. La rappresentazione di uomini ed eventi che emerge dalle sue pagine restituisce un’intera epoca della storia italiana da lui vista in relazione allo sconvolgimento del vecchio ordine mondiale.

Ancora più vivo fu il suo interesse per le sorti del movimento socialista internazionale e in particolare del Partito socialista italiano che, espressosi contro l’intervento, visse al pari degli altri partiti europei una profonda lacerazione interna. La Rivoluzione d’Ottobre, che determinò da subito un’ulteriore divisione all’interno del movimento socialista internazionale, fu considerata da Gramsci l’evento destinato a risolvere la crisi e a dare inizio a una nuova epoca della storia europea.Gli avvenimenti che si verificarono tra il 1914 e 1918, rimasero al centro delle sue riflessioni ancora nell’immediato dopoguerra, quando fondò il settimanale “L’Ordine nuovo” e negli anni in cui fu uno dei maggiori dirigenti del Partito comunista d’Italia fondato nel 1921. Arrestato nel novembre 1926, in seguito alla promulgazione delle leggi eccezionali fasciste, fu condannato a oltre vent’anni di reclusione. Morì a Roma nell’aprile del 1937.

Nella casa penale di Turi di Bari e in una clinica di Formia aveva abbozzato una serie di saggi monografici sulla politica e sugli intellettuali pubblicati nel dopoguerra col titolo Quaderni del carcere. La centralità dell’esperienza della Grande guerra è testimoniata dalle sue riflessioni sul cosmopolitismo dell’economia e sul nazionalismo della politica e dall’uso di categorie storico-politiche come “cadornismo” e la coppia concettuale “guerra di posizione/guerra di movimento”.

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