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La guerra contemporanea avviene lontano e spesso tentando di coinvolgere meno forze possibili della propria parte. E’ una guerra che chiede che dietro, “a casa”, ci sia una presenza di tutti, che nessuno “diserti”. “Tutti in guerra” è una condizione che oggi ci riguarda, ma non nasce oggi. Ha una lontana origine che sta intorno alla Prima guerra mondiale e al concetto di mobilitazione totale che nasce con questa.

«L’immagine stessa della guerra come azione armata – scrive Jünger nel 1930 nel suo La mobilitazione totale – finisce per sfociare in quella, ben più ampia, di un gigantesco processo lavorativo. Accanto agli eserciti che si scontrano sui campi di battaglia nascono i nuovi eserciti delle comunicazioni, del vettovagliamento, dell’industria militare: l’esercito del lavoro in assoluto».

Ecco allora che il fronte militare diviene solamente uno dei fronti di questa guerra: il più cruento, certo; quello che offrirà un maggior numero di vittime in termini di morti, feriti, mutilati. Ma lontano da quella guerra intesa come azione armata di eserciti contrapposti, “lontano dal (quel) fronte”, se ne crea ben presto un altro (che anzi non di rado si mobilita prima di quello militare), sul quale combattono, non l’uno contro l’altro ma l’uno accanto all’altro, tanti “altri” eserciti, da quello dello officine a quello delle campagne, da quello dell’assistenza a quello “magistrale”, da quello dell’infanzia a quello degli scienziati, tutti impegnati in un unico sforzo collettivo da cui nessuno può ritenersi esonerato.

Lontani dal fronte, ma non da una guerra che lascerà ferite e macerie ben oltre quelle visibili, e per questo ancor più difficili da curare o da ricostruire.

La “mobilitazione totale”, la guerra come un grande processo lavorativo in cui ognuno può e deve trovare il proprio posto – in una sorta di catena ideale che, dalla campagna più remota al fronte combattente unisce tutte le forze, umane e materiali, del paese – rappresenta una delle più profonde trasformazioni prodotte dalla Grande Guerra sul tessuto sociale dei paesi belligeranti. E non è certo un caso che Jünger porti come immagine esemplificativa del “tutti mobilitati” quella “di una lavoratrice a domicilio dietro la sua macchina da cucire”.

Tra i tanti eserciti del “fronte interno”, uno si distingue, in tutti i paesi belligeranti, per la rilevanza numerica, spesso preponderante, ma ancor più per il contributo non di rado decisivo dato alla tenuta di quel fronte: l’esercito delle donne.

Impegnate in prima linea nell’opera di assistenza civile e medica, mobilitate in tutti i settori della produzione, soggetto (e oggetto) privilegiato della macchina della propaganda, le donne vivono durante la Grande Guerra un’esperienza di mobilitazione che, nel loro caso,è spesso anche esperienza senza precedenti di “mobilità” e di “emancipazione”.

Poche trasformazioni come quella che interessa la vicenda femminile riescono a sintetizzare tutti i paradossi e le contraddizioni di una guerra modernizzatrice e conservatrice, emancipatrice e distruttrice insieme.

Una guerra totale, e totalizzante, che porta con sé una paradossale democratizzazione della società nel momento in cui richiede una condivisione del sacrificio, in una logica di inclusione che tanto lontana ci fa apparire quella guerra in un’epoca in cui le crisi tendono piuttosto ad essere risolte nella logica, opposta, dell’esclusione.

Una logica dell’inclusione che tuttavia, portata alle sue estreme conseguenze
attraverso i meccanismi di una mobilisation by shame, diviene logica dell’esclusione nel momento in cui non accetta deviazioni e delegittima tutto ciò che – si pensi all’attività degli scrittori o degli artisti – non essendo ad essa funzionale, può divenirne di ostacolo.

Iniziata ancor prima di quella degli eserciti, la logica della mobilitazione totale sopravvive alla loro smobilitazione, trasformandosi in una operazione di nazionalizzazione della memoria che finirà anch’essa per mobilitare con le sue lapidi, i suoi monumenti, i suoi sacrari ogni comunità, ogni città, ogni villaggio, e in quelle comunità in quelle città in quei villaggi, ogni uomo ogni donna ogni bambino, facendo infine del Milite Ignoto  – uno qualunque nella moltitudine dei caduti – il simbolo e insieme lo strumento di una continuità tra guerra e pace (o meglio tra guerra e dopoguerra), tra lutto e vittoria, tra morte e immortalità della memoria.

Una operazione di nazionalizzazione che, in paesi come l’Italia, non sarà che il primo banco di prova di altre e ben più radicali operazioni di costruzione del mito nazionale.

Photogallery: Le donne per la Grande Guerra

Di seguito, ecco una serie di immagini tratte dal patrimonio di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, che testimoniano la mobilitazione delle donne durante gli anni della Grande Guerra:

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