In tutta Europa la crisi economica, con le sue ricadute sociali e la crisi di legittimità delle formazioni politiche tradizionali, che investe il ruolo stesso dei corpi intermedi e la loro capacità di mettere in circolazione partecipazione, riflessioni collettive e progettualità, finisce con il favorire la fuga nell’astensione e l’affermazione di forme populistiche di contestazione. Tali fenomeni promettono di essere sempre più impattanti nel futuro prossimo.

Il processo di integrazione europeo, con la conseguente devoluzione di sovranità da parte degli Stati membri su questioni strategiche, delicate e impattanti, come la disciplina monetaria e le scelte macroeconomiche, favorisce una sensazione di impotenza che concorre a delegittimare, agli occhi dei cittadini, l’operato dei governi e delle forze politiche tradizionali. Tale processo di delegittimazione, nel corso della presente crisi economica, non si è limitato a investire solo le élites politiche nazionali, ma si è tradotto in una crescita rilevante delle correnti euroscettiche in diversi paesi europei.

Le sfide poste dalla globalizzazione, dalla crisi e dal progetto europeo e dalla difficile fase di transizione nella quale si trovano le democrazie rappresentative occidentali favoriscono il diffondersi di movimenti che si richiamano al popolo, rappresentato come tradito e oppresso da élites che restano sorde al suo grido di dolore. Ma che cosa s’intende con “populismo”? Il populismo è di destra o di sinistra? In che rapporto sta con la democrazia?

Il termine “populismo” ha una crescente fortuna e viene sempre più utilizzato nella pubblicistica e nel discorso pubblico. Con tale espressione si cerca (non senza difficoltà) di accomunare fenomeni e forze tra loro molto differenti correndo il pericolo che “populismo” diventi sinonimo di “demagogia” e che “populista” risulti alla fine un’accusa, che si vorrebbe delegittimante, da lanciare ai propri interlocutori.

Ciò che accomuna tutti i movimenti populisti è l’appello al popolo, che si può declinare in vari modi, disegnando un arcipelago variegato di movimenti populisti. Un popolo idealizzato, pensato come tendente all’omogeneità attorno a determinate caratteristiche, per intercettarne il giusto malcontento e prometterne/permetterne il riscatto. Tratti comuni ai vari movimenti e fenomeni populisti sono anche costituiti dall’accusa ai rappresentanti politici, ai corpi intermedi e preferibilmente ai partiti, di aver confiscato la sovranità popolare e di essersi costituiti in una casta separata, autoreferenziale e sorda al “grido di dolore” proveniente dal popolo che lavora, dai semplici cittadini. A completare il tendenziale processo di disintermediazione e disarticolazione dei corpi intermedi concorre il legame preferenziale che si viene a instaurare tra il leader, cui viene riconosciuto particolare carisma e la capacità di interpretare correttamente il sentimento prevalente nel popolo e la base del movimento. Alla presunzione di interpretare correttamente e in modo esclusivo i veri interessi e le vere aspirazioni del popolo si accompagna la promessa di riscatto e grandezza di cui si fa portatore il movimento e quella, non meno impegnativa, di promuovere un ordine e una pace concorde nel corpo della nazione (concordia e pace che le élites politiche con le quali ci si confronta sono palesemente incapaci di raggiungere con la loro lotta tra fazioni).

Frutto delle contraddizioni più stridenti della realtà sotto l’etichetta di “populismo”, che nel corso della storia contemporanea è stata declinata in moltissimi modi, si possono collocare movimenti di contestazione (e di governo, almeno in alcuni casi), movimenti di destra e organizzazioni di sinistra.

I populismi collocabili a destra sono nati con una forte vocazione nazionale o etno-regionalista, comunque identitaria, a volte derivando da preesistenti organizzazioni dell’estrema destra neofascista o neonazista e sviluppando una propria mutazione nel corso del tempo che li ha portati a perdere alcuni dei tratti più riconoscibili del loro passato e acquisendo altre caratteristiche (come il caso del Front National in Francia), oppure nascendo ex novo nella temperie della transizione che caratterizza la realtà politica e sociale europea degli ultimi tre decenni (ad esempio, l’AfD in Germania).

I populismi di sinistra sorgono di preferenza da un malessere diffuso nella società, in un contesto dove i tradizionali strumenti di incanalamento del consenso, delle istanze e delle preferenze popolari hanno spesso abdicato al loro ruolo (si pensi alla mutazione del ruolo dei partiti e al rinsecchimento del loro insediamento, a partire dal territorio) e dove la stessa democrazia rappresentativa sembra sempre più vulnerabile a una “cattura oligarchica” che si vuole contrastare con il progetto di poter aprire spazi di partecipazione alla cosa pubblica, rivendicando la sovranità politica del popolo e una ristrutturazione in senso radicale della democrazia rappresentativa. Queste formazioni finiscono per riempire lo spazio politico di una sinistra radicale residuale, riuscendo in alcuni casi ad aumentare i propri consensi in modo trasversale grazie alla sostituzione del più classico e rigido schema della dialettica di classe con quello, più duttile, che insiste sulla contrapposizione tra il popolo e le oligarchie (come avviene con Podemos in Spagna).

Molteplici fattori sembrano suggerire che il futuro prossimo possa essere segnato in profondità dal moltiplicarsi e affermarsi dei fenomeni populisti e da una crescente adozione di stili populisti anche da parte di esponenti di forze politiche tradizionali. La ridefinizione delle forme della democrazia moderna, come si era andata sviluppando nella seconda metà del Novecento, con la scomparsa delle organizzazioni di massa che avevano incanalato le istanze e le rivendicazioni delle fasce popolari più disagiate offrendo loro un quadro di riferimento valoriale (e perciò stesso segnato da aspettative) e il riflusso subito dalle forze e dall’immaginario progressista, disegnano i contorni di un vuoto di proposta politica che i movimenti populisti tendono a riempire con facilità. La stessa crisi dei corpi intermedi e di aggregazioni collettive strutturate e il diffondersi di new e social media, che danno l’impressione ai singoli di poter avere uno strumento di intervento diretto, favoriscono lo scardinamento dei tradizionali processi di legittimazione e rappresentanza. Dietro una maggiore o diversa partecipazione rischia di prevalere però solo l’illusione di un rapporto diretto con la cosa pubblica che si traduce in leadership forti e incontrollate, in una spirale di proteste effimere, inconcludenti, corrosive. La tendenza insita a fornire risposte semplici o semplicistiche a questioni per loro natura complesse rischia di moltiplicare i problemi che le società contemporanee si trovano a fronteggiare.

La fase di transizione in cui si trovano le democrazie contemporanee si è sviluppata in un contesto di rapidissimi cambiamenti a livello globale, dal punto di vista tecnologico, politico e sociale e in un momento in cui l’immigrazione ha assunto i caratteri di un problema epocale. È in questo contesto che hanno attecchito i movimenti populisti che da destra a sinistra, caratterizzano l’Europa di oggi e del futuro prossimo.

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Scuola di Cittadinanza Europea