La Prima guerra mondiale non indebolì soltanto la chiara distinzione tra combattenti e non combattenti.

Nella stessa misura, essa sconvolse la rappresentazione e l’esperienza stessa della guerra come fenomeno a se stante, temporalmente e spazialmente definito e, soprattutto, distinto senza ambiguità dalla condizione opposta della pace.

Mentre, in questo modo, la Grande guerra inaugurò una corrente di compenetrazione tra pace e guerra che, nella seconda metà del Novecento, avrebbe trovato la sua espressione per antonomasia nella guerra fredda – né “vera” pace, appunto, ma neppure “vera” guerra – e che anche oggi riecheggia in espressioni quali “guerra globale”, “guerra infinita” o “guerra ibrida”.

Il principio per il quale inter bellum et pacem nihil est medium era rimasto, da Ugo Grozio in poi uno, dei principi basilari del diritto internazionale europeo. Secondo l’esperienza politica, militare e giuridica dell’Europa moderna, la guerra  avrebbe dovuto prima di tutto distinguersi da tutte le altre forme “private” di violenza – cioè da quelle manifestazioni di violenza che, non essendo impiegate dai titolari esclusivi dello jus belli, gli stati, avevano finito per essere declassate a guerre private, sedizioni e, più tardi, terrorismo. In quanto violenza pubblica, poi, la guerra avrebbe dovuto essere un fenomeno temporalmente limitato, separato dalla condizione giuridica della pace da una solenne dichiarazione di guerra all’inizio e da un altrettanto solenne trattato di pace alla fine. Analogamente, la guerra avrebbe dovuto restare un fenomeno geograficamente discreto, confinato ai territori e ai possedimenti dei contendenti ma risparmiato ai terzi, ai testimoni e ai neutrali.

In guerra, e solo in guerra, sarebbero state ammissibili azioni inammissibili o addirittura inconcepibili in tempo di pace: l’uccisione o la cattura dei combattenti nemici, intanto, ma anche assedi, blocchi navali e altre forme di aggressione diretta al nemico. Infine, a dare fino in fondo il senso della distinzione, la guerra avrebbe dovuto restare comunque subordinata alla pace, secondo un luogo comune filosofico e diplomatico diffuso in tutta l’età moderna e chiamato ad assicurare, secondo l’ammonimento di Kant, che “nessuno stato in guerra con un altro dovrebbe permettere atti di ostilità tali da rendere impossibile la confidenza reciproca in un futuro tempo di pace”.

La Prima guerra mondiale sconvolse questo edificio sin dalle fondamenta. La guerra, questa volta, penetrò profondamente nella pace, non soltanto determinando – come era sempre avvenuto – la nuova gerarchia del potere e del prestigio internazionale, ma impedendo alla pace di liberarsi delle eredità politiche, economiche, culturali e persino estetiche della guerra.
Intanto perché il paesaggio del dopoguerra fu, viste le dimensioni immani del conflitto, un paesaggio di macerie: macerie materiali come la cattedrale di Reims distrutta già nelle prime settimane dello scontro, macerie umane come i corpi mutilati disseminati nella letteratura e nelle arti figurative del periodo infrabellico e, ancora più a fondo, macerie psicologiche come quelle che  accomunarono la Lost generation della Grande guerra, tanto da renderle difficile o persino impossibile raccontare l’esperienza della guerra – in una sorta di controcanto ironico della grande impresa di costruzione di una memoria e di una retorica pubblica dell’evento.

La penetrazione della guerra nella pace non si limitò a questa dimensione “privata” di uomini e cose, ma abbracciò la stessa dimensione “pubblica” dell’ordinamento politico e giuridico del dopoguerra. In un senso, la pace di Versailles assunse per così dire su di sé il peso della guerra, attraverso le disposizioni dell’art 231 che riservava alla Germania la responsabilità della guerra e, ancora di più, attraverso il durissimo regime di riparazioni che, su questa base, furono inflitte alla potenza sconfitta – secondo quella che i critici non soltanto tedeschi denunciarono come una “pace cartaginese” o, rovesciando la formula clausewitziana, come una “continuazione della guerra con altri mezzi”. Nell’altro senso, paradossalmente, proprio una pace così dura non riuscì a fare fino in fondo i conti con la guerra, lasciando dietro di sé una scia infinita di recriminazioni non soltanto da parte delle potenze sconfitte ma anche di quei vincitori che, come la stessa Italia, considerarono tradite le proprie aspirazioni. Quello che per la Germania fu il mito della “pugnalata alle spalle” fu, per l’Italia, la vittoria mutilata. E quello che per la prima si espresse, sin dai giorni del collasso dell’impero, nella reazione dei Freikorps contro le sollevazioni comuniste al proprio interno, in Italia si scaricò verso l’esterno nell’avventura di Fiume.

Infine, nel luogo di confluenza tra dimensione privata e dimensione pubblica – ma già in un’epoca nella quale anche questa distinzione cominciava a sgretolarsi insieme a tutte le altre – la pace del 1919 non riuscì più a trattenere la corrente di mobilitazione scatenata dalla guerra. Quello che accadde, piuttosto, fu che la mobilitazione travolse questa volta anche gli argini degli Stati che, cinque anni prima, l’avevano promossa. La lunga protesta che caratterizzò il dopoguerra rimise in movimento gli stessi soggetti che la guerra aveva mobilitato e che la pace faticò e, in molti casi, non riuscì più a smobilitare. Agitazioni sociali, scioperi, tentativi rivoluzionari e contro-rivoluzionari, testimoniarono ancora una volta la fragilità della pace, se non il suo essere nuovamente in bilico sull’abisso della più primordiale e terribile forma di guerra, la guerra civile.

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La Prima guerra mondiale nella percezione dei contemporanei doveva essere un conflitto di breve durata, da esaurire in pochi mesi come una formalità ineludibile: si trasformò invece in una guerra senza fine. Le poche voci contrarie alla guerratout court risaltano ancora di più: la denuncia senza compromessi di Scalarini nella sua Europa, terra dei morti, tragicamente preveggente perché pubblicata nell’agosto 1914, e l’antimilitarismo di Galantara, che ci presenta un lavoratore che rifiuta, spezzandolo, lo strumento di morte.
Tra il «neutralismo combattente» di Scalarini e il successivo accanimento antigermanico di Galantara che presenta il Kaiser come un tristo macellaio, la conferma nelle nitide immagini in bianco e nero che la guerra sembra non finire mai con il suo tributo di morti, prigionieri, distruzioni e il ricorso ad armi sempre più letali.

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