«Viviamo in un’epoca agitata» in cui il nostro sistema democratico si confronta sia a una crisi di legittimità che di efficienza. Un’epoca caratterizzata da «entusiasmo e diffidenza», dove la passione per le questioni politiche aumenta ma la fiducia nel mondo politico, nelle istituzioni e nei tradizionali strumenti di mediazione è in forte calo. Da questo contesto parte l’analisi di David Van Reybrouck, saggista e autore del libro Contro le elezioni: perché votare non è più democratico. Le democrazie occidentali attraversano una grave crisi, strette nella tenaglia costituita dalla «partitocrazia» e dalla «mediacrazia», ovvero ostaggio del cortocircuito che caratterizza il dibattito tra partiti politici e mass media, che hanno occupato l’arena pubblica, senza lasciare spazio al dialogo tra i cittadini. In questo stretta, la democrazia ha perso a poco a poco il suo mordente, ma nello stesso tempo è diventata curiosamente sempre più rumorosa:

«L’incapacità di affrontare i problemi strutturali si accompagna a una sovraesposizione del triviale, incoraggiata da un sistema mediatico che, fedele alle logiche del mercato, preferisce ingigantire conflitti futili piuttosto che analizzare problemi reali.»

La «febbre elettorale» che prevale oggi ha effetti degenerativi sul corretto funzionamento del sistema democratico. Tra questi un aumento dell’esibizionismo dei politici e della loro (almeno verbale) intransigenza su determinate posizioni e punti programmatici, che rende più difficoltosa la costituzione di maggioranze stabili. Questo processo ha iniziato a creare più entropia con la progressiva mediatizzazione della politica, in un’accanita battaglia per conquistare la visibilità e i favori di un elettorato via via più volatile nelle sue preferenze.

La crisi ha inoltre determinato fenomeni che sono ben lontani da essere soluzioni: il populismo, la tecnocrazia, l’antiparlamentarismo, tendenze che sono foriere di pericoli: il populismo è pericoloso per la minoranza, la tecnocrazia è pericolosa per la maggioranza e l’antiparlamentarismo è pericoloso per la libertà.

Van Reybrouck si chiede se, per salvare la democrazia, non sia necessario pensare a una ridefinizione profonda della sua pratica, mettendo in discussione uno dei suoi baluardi, il sistema elettorale: in base alla sua analisi, la sindrome di stanchezza democratica non è provocata dalla democrazia rappresentativa in quanto tale, ma da una variante particolare, la democrazia rappresentativa elettiva. La pratica elettorale ha infatti prodotto il fenomeno di un’aristocrazia elettiva che ha finito per sostituire quella ereditaria, che era stata spazzata via dal ciclo costituzionale e democratico degli ultimi due secoli. La ridefinizione dello spazio pubblico operata nel corso degli anni Ottanta e Novanta ha cambiato profondamente l’essenza dei sistemi democratici occidentali, che hanno assunto caratteristiche post-democratiche.

La soluzione che Van Reybrouck propone consiste nell’indagare la possibilità di rafforzare la democrazia tramite nuove forme di partecipazione popolare.
Nell’era della comunicazione è possibile attingere facilmente e in tempi rapidi all’informazione, ma accessibilità non vuol dire democrazia se non si traduce anche nell’equa possibilità di avere diritto di parola. Per Van Reybrouck «abbiamo ridotto la democrazia rappresentativa alle elezioni» e «il cittadino è diventato un consumatore, le urne un’avventura». L’autore ritiene necessario apportare delle correzioni al sistema democratico, prospettando l’ipotesi di una democrazia deliberativa, dove forme di democrazia elettiva possano fondersi con forme di democrazia aleatoria, dove a una camera eletta dal popolo possa affiancarsi una camera composta per sorteggio. L’idea del sorteggio tenta di attualizzare una pratica utilizzata largamente in passato, nell’antica Grecia e nell’Italia rinascimentale ad esempio, per la designazione di alcune cariche pubbliche.

Il maggior coinvolgimento dei cittadini è alla base di questo pensiero e rappresenterebbe, secondo l’autore, un’ottima scuola di democrazia perché comporterebbe una maggiore responsabilizzazione; in più rafforzerebbe la tendenza a trovare soluzioni condivise sulla base del confronto anziché la tendenza alla scontro; avvicinerebbe governati e governanti e garantirebbe una maggiore rotazione di ruoli.

«Penso che sia possibile rimediare alla crisi drammatica del sistema democratico ridando al sorteggio una nuova chance. È una procedura volontariamente neutra che permette di ripartire le chance politiche equamente e di evitare i disaccordi. Il rischio di corruzione è attenuato, la febbre elettorale si dissipa e si rafforza l’attenzione per il bene comune.»

Analogamente a quanto sostenuto nel dibattito pubblico da altri
politologi,come Yves Sintomer, Van Reybrouck sostiene che il metodo del sorteggio possa introdurre sangue nuovo nel corpo malato delle nostre post-democrazie, grazie alla maggior partecipazione dei semplici cittadini, il cui mandato avrebbe il vantaggio di essere svincolato da qualsiasi interesse di parte, da qualsiasi preoccupazione in merito a eventuali rielezioni. Tra il voto che diamo silenziosamente nel buio della cabina elettorale e l’urlo di protesta che affidiamo alla circolazione virale sui social media, c’è lo spazio per la discussione costruttiva e per la partecipazione pubblica dei cittadini.

Van Reybrouck ritiene che si possa migliorare la qualità della nostra democrazia facendola uscire dall’impasse e dal clima di sfiducia in cui si trova grazie un sistema misto, in cui a una camera di eletti se ne affianchi una di sorteggiati. Il rischio di affidare la cosa pubblica a mani inesperte verrebbe così compensato dalla libertà di cui godono i sorteggiati e dal processo di maturazione innescato da questa modalità partecipativa. Un modo per avvicinare nuovamente cittadini e classe politica, per far sì che ai cittadini venga restituito il loro ruolo e che non vengano più percepiti come una mandria di votanti. Dare voce alla democrazia non vuol dire semplicemente avere un’interazione diretta con i leader politici (una possibilità che oggi sembra a portata di mano grazie ai new e social media ma che si rivela spesso illusoria e fittizia) ma fare in modo che siano i cittadini a parlare tra di loro, in un dialogo privo di intermediazione e costruttivo perché incentrato sul comune interesse per il bene pubblico.

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