Tradimento

La Prima Guerra Mondiale fu un’esperienza senza precedenti di integrazione sociale: un’integrazione volontaria, per quegli strati delle società europei coinvolti anche emotivamente nelle giornate di luglio ma, più spesso, un’integrazione forzata, tanto per i milioni di contadini precipitosamente “vestiti da soldato” e buttati al fronte dopo poche settimane di addestramento, quanto per gli stessi non combattenti chiamati a partecipare allo sforzo bellico dal “fronte interno”.

Questa trasformazione dei paesi europei in “fabbriche gigantesche destinate a produrre alla catena di montaggio armate da spedire senza tregua sui campi di battaglia, dove un consumo altrettanto meccanico, e cruento, provvedeva a eliminarle”, questa trasformazione dicevamo è ciò che Ernst Jünger avrebbe rappresentato, in un notissimo scritto del 1930, come “Mobilitazione totale”.

L’immagine stessa della guerra come azione armata finisce per sfociare in quella, ben più ampia, di un gigantesco processo lavorativo. Accanto agli eserciti che si scontrano sui campi di battaglia nascono i nuovi eserciti delle comunicazioni, del vettovagliamento, dell’industria militare: l’esercito del lavoro in assoluto. Nell’ultima fase, già adombrata verso la fine della Guerra mondiale, non vi è più alcun movimento – foss’anche quello di una lavoratrice a domicilio dietro la sua macchina da cucire – che non possieda almeno indirettamente un significato bellico.

Questa corrente di disciplinamento e mobilitazione, destinata ad attraversare da allora tutto il Novecento, istituì da subito una relazione paradossale con il proprio opposto, la violenza sregolata. Da un lato, la grande impresa di integrazione degli imperi nazionali e degli stessi stati nazionali produsse come suo contraccolpo una ondata di dis-integrazione, anticipata dai fenomeni di diserzione di massa sui campi di battaglia ma destinata, all’indomani del conflitto, a imboccare in diversi paesi la strada della rivoluzione e della guerra civile.

Dall’altra parte, il coinvolgimento di settori sempre più ampi della società nello sforzo bellico allargò a poco a poco anche il cerchio della violenza: se tutti erano chiamati a partecipare alla guerra, allora tutti potevano essere obiettivo “strategicamente razionale” di operazioni militari – come sarebbe avvenuto fino in fondo nella Seconda guerra mondiale, con l’impiego terroristico delle aviazioni contro le popolazioni civili del nemico.

Ma questa indistinzione tra militari e civili si fuse con una indistinzione ancora più radicale tra amici e nemici, nemici esterni e nemici interni, cittadini “fidati” e possibili “traditori”. Anche prima di rovesciarsi nel proprio opposto, la spinta all’integrazione sociale immerse le “comunità” nazionali in una penombra di sospetti: una penombra popolata di possibili “traditori” appunto, “collaboratori”, “spie”, “disfattisti” o “indifferenti”, e attraversata da ondate ricorrenti di sfiducia (1 Ernst Jünger, Die TotaleMobilmachung, 1930, tr. it. La Mobilitazione Totale, in E. Jünger, Foglie e pietre, Milano, Adelphi, 1997, pp. 121-122. 2Ivi, pp. 118-119) nei confronti della fedeltà dei propri cittadini – numerosi dei quali, avrebbe scritto Raymond Aron nel pieno della guerra fredda, “non desiderano (o non desiderano in modo assoluto) la vittoria della loro patria se questa deve coincidere con la sconfitta dell’idea alla quale aderiscono e della quale il nemico è l’incarnazione”.

Non è un caso che il secolo dell’integrazione si sarebbe rivelato anche il secolo delle cacce alle streghe, delle pulizie etniche e dei genocidi. Così come non è un caso che questa ossessione di violazione della tranquillità domestica si sarebbe sedimentata in alcune delle più caratteristiche metafore che il Novecento ha lasciato in eredità al nostro tempo (e delle quali il nostro tempo ha già ricominciato a servirsi): la “pugnalata alle spalle”, il “nemico interno”, la “quinta colonna”.

Di questa ondata di sospetto, l’esecuzione di Cesare Battisti si presta a essere vista come un momento simbolico. Intanto, dal punto di vista dell’impero asburgico minacciato nella propria stessa esistenza, Battisti rappresentava l’epitome del traditore. Deputato a Vienna ma agitatore e patriota italiano, socialista, disertore fuoriuscito in Italia per combattere contro le armate austriache, Battisti era destinato a incarnare il sospetto nei confronti degli italiani e delle altre minoranze nazionali soggette all’impero.

Ma è persino più significativo il sospetto gemello che i vertici militari e civili italiani nutrivano negli stessi mesi nei confronti dei trentini, compresi persino quelli che, combattendo sul fronte orientale sotto le insegne imperiali, si erano consegnati spesso volontariamente ai russi e avevano accettato di scambiare la propria liberazione dal campo di prigionia con la disponibilità a combattere per l’esercito italiano.

Chi poteva assicurare che, più che da qualche entusiasmo irredentista, la diserzione dalle armate imperiali non fosse dovuta al semplice desiderio di farla franca? O, peggio, che qualcuno di quei sedicenti patrioti non fosse, in realtà, un doppiogiochista o una spia? E come essere certi che chi aveva già tradito una volta non avrebbe tradito ancora? Chi era, in altre parole, il disertore austriaco: il migliore o il peggiore dei nuovi cittadini italiani? Questa relazione fra integrazione sociale e sospetto merita di figurare, a suo modo, come una delle grandi trasformazioni innescate o, almeno, simboleggiate dalla Prima Guerra mondiale.

Non perché, appunto, questa trasformazione rientrasse come molte altre in qualche progetto di riforma della politica internazionale o delle politiche interne. Ma perché, tutto all’opposto, essa avrebbe pesato da allora su qualunque tentativo di coinvolgere nuove identità sociali, nazionali o religiose in un progetto comune.

Ogni spinta all’integrazione produce, che lo voglia o no, il sospetto che qualcuno non si lasci integrare; o perché“rimane indietro” anche senza volerlo, o perché possiede una personalità “anarchica” o “asociale”, oppure perché è troppo “ottusamente” o “fanaticamente” ancorato alla propria identità d’origine per essere disponibile ad “aprirsi” all’identità che gli viene offerta o imposta. È una delle più sinistre ironie dell’ultimo secolo: chi parla d’integrazione finisce per parlare di tradimento.

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Scuola di Cittadinanza Europea