Populismo

La parola “populismo” è ormai onnipresente nel dibattito pubblico e nelle conversazioni quotidiane: è così presente e comune che rischia di diventare una parola vuota, di perdere significato. Inoltre, negli ultimi anni l’accusa di populismo è entrata prepotentemente nel dibattito politico, divenendo un’arma di delegittimazione dell’avversario. Anche se non mancano casi di riappropriazione – in senso positivo – del termine, con attori politici che si dichiarano “fieri di essere populisti”. Tutto ciò rende difficile dare una definizione del populismo che eviti da una parte il senso comune e dall’altra l’omologazione del termine con quello di demagogia.

Al fondo, il populismo è strutturato attorno all’opposizione tra il “popolo” e le “élite”. E l’indeterminatezza riguardo cosa è il popolo e chi sono le élite – due termini che possono essere variamente e diversamente interpretati – può essere considerata una causa degli usi molteplici della parola e della trasversalità del successo dei partiti e movimenti populisti. Secondo il discorso populista, la volontà del popolo è stata tradita dalle élite, e il popolo deve tornare padrone della sovranità. Come? In molti casi, attraverso la mediazione di un leader che rappresenti e sintetizzi i desideri del popolo; talvolta, attraverso la partecipazione diretta dei cittadini alla presa delle decisioni politiche.

Quali sono le cause di questo fenomeno? Possiamo affermare che sono legate all’idea stessa di democrazia, alla tensione strutturale tra ciò che democrazia significa ed evoca idealmente nelle menti dei cittadini (il governo del popolo) e il suo concreto funzionamento, basato su elezioni, procedure e compromesso. Il populismo è intrinseco a queste contraddizioni, ed ha tanto più successo quanto più il divario tra i due significati si amplia nelle percezioni dei cittadini.

Ci troviamo in un’epoca in cui sembra che tutti siano populisti. Questo può derivare dal fatto che è diventato sempre più comune, anche per gli attori politici tradizionali, utilizzare uno stile comunicativo che in passato era tipico dei partiti, dei movimenti e dei leader populisti. Questo stile comprende un linguaggio semplice, l’opposizione manichea tra “noi” e “loro”, l’importanza del leader, la rottura di tabù.

È necessario quindi distinguere tra quanti utilizzano soltanto uno “stile” populista e quanti ancorano la loro proposta politica al nucleo populista. Anche perché, a causa di alcuni mutamenti strutturali dei sistemi dei media, le caratteristiche elencate come parte dello stile populista sembrano oggi essenziali per ogni soggetto politico alla ricerca di visibilità.

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