Nazionalizzazione della memoria

Nel 1974 lo storico modernista tedesco, naturalizzato statunitense, George L. Mosse (Berlino, 1918 – Madison, 1999) conia l’espressione «nazionalizzazione delle masse» con la quale descrive la relazione fra simbolismo politico e movimenti di massa come fondamento della moderna nazione tedesca fino all’ascesa politica di Adolf Hitler (1815-1933). Nel corso degli anni, e con le intuizioni che Mosse sviluppa in Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti (1990), si è sviluppato un filone di studi storici orientato all’applicazione del modello tedesco sulle altre realtà nazionali europee.

Quella prima quanto originale interpretazione del fenomeno di nazionalizzazione dell’identità e dell’appartenenza politiche collettive, ha così orientato le più recenti riflessioni sulla natura essenzialmente culturale e massificata degli eventi che hanno scandito politicamente il «secolo breve» delle nazioni europee. A partire dalla costruzione mitica della storia nazionale,scandita dalle rivoluzioni/guerre d’indipendenza e di unificazione nella seconda metà dell’Ottocento, si è giunti, nutrendoli di simboli e di immagini sempre più forti, alla definizione dei regimi totalitari novecenteschi, il nazionalsocialismo tedesco e il fascismo italiano, come vere e proprie religioni laiche della patria e della nazione.

Allo scoppio della prima guerra mondiale e al momento dell’ingresso dell’Italia nel conflitto, la tradizione pubblica e la narrazione esaltante il valore nazionale e collettivo si reggono sulla mitizzazione della recente storia militare delle imprese garibaldine. Ai primi del «maggio radioso» del 1915 – l’Italia dichiarerà formalmente guerra all’Austria il 24 – a Quarto si sta inaugurando il monumento all’impresa dei Mille, iniziata cinquant’anni prima e, sulla carta geografica italiana, ancora non conclusa. La rivendicazione di Trento e Trieste, terre irredente, risale proprio a quel momento, e invoca l’intervento nella guerra attuale come “quarta guerra d’indipendenza” italiana. La Grande Guerra, dunque, fin dal principio e non solo per l’Italia, è il momento della moderna sperimentazione massificata di cui Mosse vede le prime teorizzazioni nella filosofia tedesca dell’Ottocento.

A questa originaria forma di nazionalizzazione, la prima guerra mondiale fornisce due nuovi elementi la cui forza emotiva e il cui uso mass-mediatico saranno i vettori principali di radicalizzazione del sentimento e della retorica nazional-patriottici successivi. Da un lato, i milioni di morti militari e civili, egualmente distribuiti in ogni famiglia, in ogni rango sociale, in ogni comunità sul territorio nazionale; dall’altro, il sentimento forte e lacerante del lutto e della frustrazione che alimenta, e si alimenta, per la prima volta su una scala di massa, della retorica religiosa del sacrificio patriottico e della eternizzazione sacrale della memoria collettiva.

È in questa logica che l’esperienza della morte e la elaborazione del lutto costituiscono le basi su cui vengono costruiti, negli anni immediatamente successivi alla fine del conflitto, nelle città e sui luoghi anche impervi del combattimento, un numero impressionante – nell’ordine di decine di migliaia – di statue, sacrari, memoriali, cimiteri e monumenti dedicati, in epitaffio, ai militi ignoti caduti, e fuor di epitaffio, alla gloria della«patria in armi». Così, attraverso una vera e propria statuomania, tanto il territorio fisico e il paesaggio politico, quanto la storia ufficiale, la narrazione privata e la rappresentazione collettiva di quegli eventi, vengono sacrificati, o meglio, essi stessi pietrificati, all’eternizzazione della morte come mito fondante la vita della comunità nazionale.

In Italia, la logica e la pratica monumentali trovano la loro maggiore espressione negli anni di edificazione culturale, ideologica e, dunque, architettonica fascista, che, proprio sul sacrificio dei morti della prima guerra mondiale e sul simbolismo dell’eroe martire della patria in armi, costruisce il movimento di massa e il simbolismo politico del regime mortifero mussoliniano. «Non temete, spiriti gloriosi – ammonisce Mussolini nel corso di una cerimonia di inaugurazione – vi difenderemo. Difenderemo i morti, tutti i morti della guerra, anche a costo di scavare le trincee nelle piazze e nelle strade delle nostre città» dove, infatti,ancora oggi, pesanti pietre bianche monumentali fanno da immobile memento mori della memoria storica italiana.

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