Armi di distruzione di massa

Carri armati, bombe a mano sempre più perfezionate, lanciafiamme furono tutte innovazioni militari che fecero la loro comparsa durante la prima guerra mondiale, e che stavano a testimoniare la forte connessione tra industria militare e innovazione scientifico-tecnologica, fosse quella legata alla meccanica o quella legata alla chimica e alla fisica.
Ma erano tutti “strumenti di guerra” che andavano a migliorare una concezione classica del combattimento, fondamentalmente basata sullo scontro uomo-uomo o comunque sul confronto ravvicinato tra truppe nemiche. Perfezionavano, insomma, ma non introducevano svolte epocali sul piano della concezione spaziale della guerra (fatta in parte eccezione per il carro armato).

Il 22 aprile 1915 a Ypres le cose cambiarono. L’esercito tedesco sperimentò per la prima volta l’uso di gas contro l’esercito francese, dando di fatto inizio alla guerra chimica moderna.
I soldati francesi colpiti dal gas cloro contenuto in centinaia di bombole furono oltre 15.000 in quella sola battaglia; più di 5.000 i morti. Da quel momento gli attacchi con i gas si susseguirono: dapprima da parte dei soli tedeschi e sul solo fronte occidentale, poi seguì ben presto la reazione degli Alleati, e infine gli attacchi chimici andarono ad interessare anche il fronte orientale.

Sul fronte italiano, il più tristemente noto caso di attacco chimico fu quello sul monte San Michele, nel Carso, avvenuto il 29 giugno 1916. Gli austro-tedeschi utilizzarono contro le truppe italiane oltre 3.000 bombole di gas tossico (cloro-fosgene), provocando oltre 8.000 intossicati e oltre 5.000 morti.
Si calcola che all’agosto del 1917 fossero ormai stati effettuati oltre cinquanta attacchi con i gas (iprite, fosgene), sia da parte alleata che austro-ungarica.
L’iniziale altissima mortalità causata dai gas venne gradualmente limitata grazie all’uso di contromisure, da quelle improvvisate di emergenza (fazzoletti imbevuti di acqua premuti sulla bocca) allo studio di sempre più perfezionate maschere antigas (dal modello francese M-2, alla più efficace maschera inglese ideata da Harrison, alle maschere tedesche); in tal modo la mortalità da armi chimiche scese dal 35% del 1915 al 3% del 1918. Ma le percentuali poco rendono giustizia ad una guerra che, alla conta dei fatti, e posta la difficoltà di giungere a cifre certe, avrebbe provocato oltre dieci milioni di morti in poco più di quattro anni. Molti dei quali da imputare proprio all’introduzione di nuove armi dimostratesi in grado di sviluppare un potenziale altissimo di mortalità.

Assieme alle armi chimiche, furono le innovazioni nell’aeronautica a rappresentare al meglio la svolta della nuova “guerra tecnologica”, segnando una netta rottura rispetto al passato millenario di conflitti di superficie e di combattimenti corpo a corpo.
Nell’agosto del 1914 l’aereo non rappresentava una novità assoluta nell’impiego bellico. Era stata l’Italia, per prima, a sperimentarne l’uso a fini bellici durante la guerra di Libia del 1911-12. Ma è innegabile che fu la Grande Guerra a consacrare l’aviazione come nuova frontiera della tecnica militare, aprendo a svolte che solo con il secondo conflitto mondiale avrebbero rivelato tutto il loro potenziale distruttivo sulle popolazioni civili dei paesi in guerra, rendendo drammaticamente profetici gli scenari che Giulio Douhet aveva preconizzato nelle sue teorie sul “dominio dell’aria”. Ancor più delle armi chimiche, l’aviazione rendeva immediato il significato della nuova guerra come guerra “tecnologica” e “industriale”.

In Italia era stato Giovanni Caproni, ingegnere e industriale triestino, a produrre i primi aerei ad uso militare intorno al 1908. I suoi velivoli (tutti identificati dalla sigla Ca seguita da un numero), sarebbero divenuti il simbolo della nuova guerra aerea e anche del passo tenuto dall’Italia nella corsa alla guerra tecnologica. Fino al famoso Ca 46, il bombardiere in grado di trasportare fino a 500 kg di bombe, che per alcuni anni avrebbe posto il paese all’avanguardia nel settore.
Ancor più dei bombardieri, tuttavia, furono i caccia (per lo più di produzione francese) a entrare nell’immaginario collettivo legato alla guerra aerea, grazie alla mitizzazione di quelle battaglie – al confine tra guerra e confronto sportivo – tra gli “assi” dell’aviazione, i preparatissimi aviatori conquistatisi l’ambito titolo solo dopo aver abbattuto almeno cinque velivoli avversari.

La nuova guerra tecnologica avrebbe così consegnato alla storia nomi immortali quali quello del tedesco Manfred von Richtofen, il mitico Barone Rosso, capace di abbattere 80 aerei tra il 1914 e il 1918, o dell’italiano Francesco Baracca.
Ma la guerra non era sport. Nella guerra, chi perdeva, era spesso destinato a pagare con la propria vita. La scienza a servizio della guerra fu anche questo: nuovi potentissimi mezzi consegnati al genere umano per perpetrare l’irrazionale volontà di annientamento del nemico.

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