Americanizzazione

La fine della Grande guerra consegna alla (instabile) pace restaurata e al mondo ricomposto “in qualche modo” dopo l’epocale lacerazione bellica uno scenario inedito.

Nel quale, tra gli effetti più rilevanti di quella «rivoluzione globale» (come l’ha chiamata lo storico Lawrence Sondhaus) che fu il conflitto, va collocata l’accelerazione irresistibile del processo di americanizzazione (ovvero l’“americanismo”, oggetto di analisi da parte di vari intellettuali dei primi decenni del Secolo breve). Una dinamica processuale che, anche nell’universo culturale e nell’immaginario degli europei, diviene così sinonimo automatico di modernità.

Gli Stati Uniti vincitori della Prima guerra mondiale sono, notoriamente, quelli dominati dalla figura del presidente Thomas Woodrow Wilson, il cui famoso viaggio in Europa da “liberatore” rappresentò uno degli eventi mediatici per eccellenza del primo scorcio di XX secolo, e lanciò il “format diplomatico” – destinato a grande successo nei decenni successivi – del capo della “grande nazione americana” (o della “maggiore democrazia del mondo”) che si reca nel Vecchio continente a portare la sua moral suasion e a cercare di risolvere, con la sua stessa presenza fisica, alcuni passaggi geopolitici difficili nelle relazioni con gli alleati (in genere acclamato dalle folle dei Paesi visitati).

La tournée europea di evangelizzazione all’idealismo wilsoniano faceva il paio con quella che il presidente-scienziato politico intraprese immediatamente dopo all’interno degli Usa per convincere l’opinione pubblica interna della validità del progetto della Società delle Nazioni.

Già in precedenza, infatti, Wilson si era trovato nella situazione di dover adoperare una strumentazione e dei dispositivi – davvero moderni, e ai quali diede una spinta poderosa – di persuasione per superare le diffuse perplessità e resistenze dell’elettorato e condurre la nazione in guerra. Un atteggiamento neutralista che, peraltro, lui stesso aveva coltivato, avendo dichiarato nel corso della campagna elettorale del 1916 la sua contrarietà al coinvolgimento statunitense nel conflitto.

L’Amministrazione Wilson, assai importante da molti punti di vista, fu dunque anche una presidenza mediatica, in qualche modo riconducibile al modello dello star-system hollywoodiano divenuto un richiamo fortissimo per l’immaginario collettivo, e al paradigma della celebrity politics che cominciò proprio allora a muovere i suoi primi, travolgenti, passi.

D’altronde Wilson condivideva con il predecessore Theodore Roosevelt la concezione di una presidenza forte, e riteneva che per la sua superiore efficienza un governo democratico abbisognasse di una leadership energica e vigorosa, incarnata appunto dalla figura di un vertice del governo federale potente (come teorizzava anche nei libri nelle vesti di studioso). E questo concept politico si sposava quindi molto bene anche con il pattern mediatico del presidente celebrità – anche se, sotto il profilo delle convinzioni personali, Wilson si ispirava a una severa etica evangelica.

La modernità che, sull’onda dell’americanizzazione propagata dalla sua amministrazione, si diffonde in tutto l’Occidente dopo essersi già declinata nelle armi di distruzione, si esprime allora anche all’insegna di metodi innovativi e inediti di acquisizione e organizzazione del consenso che affiancano la legislazione emergenziale tipica dello stato d’eccezione bellico (innanzitutto l’“Espionage Act” del 1917 e il “Sedition Act” dell’anno seguente che stroncavano ogni possibilità di dissenso, pretendendo dalla stampa una forma di «reticenza patriottica», e impiantavano il torrenziale dispositivo propagandistico);  un tema che risultava decisivo all’interno di un contesto sociale e di un crogiolo etnico connotati da gigantesche differenziazioni interne, dove il cittadino era contemporaneamente consumatore, elettore e componente dei flussi di news, informazioni e dibattiti dell’opinione pubblica.

L’attenzione ai processi e alle metodologie del consensus building costituisce un altro dei tratti più marcati della presidenza wilsoniana, trovando uno dei propri apici nelle attività del Committee on Public Information, o “Comitato Creel”, dal nome del suo presidente, il giornalista investigativo e muckracker George Creel (1876-1953), che era stato fondatore-editore e direttore del quotidiano Kansas City Independent e aveva diretto anche il Rocky Mountain News.

Il comitato era stato insediato da Wilson nel 1917 (per poi venire sciolto nel ’19), comprendeva alcune delle “intelligenze creative” più spiccate e dei migliori esperti di public relations (settore in via di definizione e delineazione, ma dallo sviluppo impetuoso, nel quale stavano confluendo a sintesi gli ambiti e i saperi della pubblicità e del marketing), annoverando, tra le altre, figure come Walter Lippmann (un sofisticato intellettuale, direttore del periodico New Republic dal 1914 al ’18, e sottosegretario aggiunto alla Guerra incaricato della propaganda) ed Edward Louis Bernays (figlio di Anna, sorella di Sigmund Freud, capostipite di fatto dei “persuasori occulti” e precursore ante litteram delle tecniche dello spin doctoring).

Negli Stati Uniti, il governo, trovatosi di fronte alla mission ciclopica di persuadere della “bontà” e dell’esigenza dell’intervento oltre Atlantico una popolazione abituata all’isolazionismo in politica estera, mise così a frutto un’impressionante modernizzazione della propaganda (in opera in tutte le nazioni belligeranti) e fece ricorso alle tecniche più avanzate della pubblicità, del marketing e della psicologia della comunicazione (con la sua matrice molto behaviouristica, nella quale giocavano un ruolo considerevole la “forza di volontà” e l’ottimismo di chi si faceva promotore di un’azione).

La prima società autenticamente di massa (oltre che il mercato di consumatori più vasto della storia occidentale) diventò così il laboratorio per la scientificizzazione e tecnicizzazione della propaganda, nella quale svolse per l’appunto un ruolo centrale il Committee on Public Information, a cui vennero affidate le campagne di persuasione palese e “occulta”.

Un’attività massiccia, che andò dalla creazione di decine di associazioni interventistiche e patriottiche agli interventi su Hollywood (che produsse varie pellicole ferocemente anti-tedesche e contro gli Imperi centrali), dall’occupazione ciascuna settimana di 20mila colonne di vari giornali americani con testi di produzione diretta e articoli orientati sull’esigenza di una “crociata per la civiltà” (e illustranti la crudeltà e vigliaccheria del nemico) fino all’invenzione dei four minute men (le decine di migliaia di volontari addestrati a tenere discorsi di 4 minuti pro-guerra in ogni luogo di ritrovo pubblico) e alla creazione del celeberrimo manifesto di arruolamento (modellato sull’originale britannico di Lord Horatio Kitchener, l’ex governatore dell’Egitto e ministro della Guerra dell’Impero britannico) nel quale la personificazione degli Stati Uniti punta il dito dritto verso chi lo guarda (Uncle Sam wants you!).

Il Comitato Creel si rivelò in tal modo una formidabile e avanzatissima macchina propagandistica destinata a segnare l’industria delle relazioni pubbliche (e la sua centralità) nella successiva vita economica e pubblica della nazione, segnando un capitolo inedito nella storia della manipolazione e dell’indirizzamento delle coscienze dei cittadini-elettori delle democrazie liberal-rappresentative.

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